Ferrara, immagine di repertorio (Fonte: Panoramio)

La ricostruzione dei beni culturali post-sisma in Emilia-Romagna

A dodici anni dal sisma in Emilia, manca ancora il Piano delle opere pubbliche e dei beni culturali. Ne abbiamo parlato con il responsabile della Soprintendenza, che spiega come la lentezza è fisiologica

Dodici anni dopo il sisma in Emilia-Romagna, che causò complessivamente 28 morti e 300 feriti, con 45mila persone sfollate, la ricostruzione è ormai “quasi completata” – almeno secondo quanto afferma la Regione. A mancare però è ancora il Piano delle opere pubbliche e dei beni culturali, che viene condiviso con Soprintendenze e autorità ecclesiastiche, per il quale stanno proseguendo i lavori per completarlo. Il ritardo rispetto agli altri Piani però è perfettamente normale, perché in questo caso i lavori sono più complessi, non soltanto per via dei vincoli storici e architettonici che costringono a una particolare attenzione.  

Come ci ha spiegato Keoma Ambrogio, Responsabile Area Funzionale Architettura della Sovrintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, fin dall’inizio il lavoro sul terremoto è stato “concertato tra le parti”. Quindi, anche se i tempi possono sembrare lunghi rispetto ad altri terremoti del passato, “in realtà c’è stato un profondo dialogo, estenuante ma fruttuoso tra le parti”. Il risultato complessivo lo potremo valutare solo in futuro, ma per ora lo stesso Ambrogio lo reputa “molto interessante, potenzialmente anche da studiare per il metodo adottato”. 

I tre Piani su cui bisogna operare
Per capire le ragioni di queste tempistiche, bisogna considerare che la ricostruzione della Regione opera su tre settori: “Uno è il cosiddetto Mude – spiega Ambrogio – che è il Piano per la casa, dove comunque sono presenti beni culturali. Poi abbiamo il Piano delle opere del commercio e lavorativo, dove anche lì in alcuni casi abbiamo beni culturali. Anche in quei casi espresso pareri, ma sono stati tutti Piani su cui siamo già quasi arrivati a conclusione, perché viaggiavano su binari più veloci. La terza grande parte del nostro compito è lavorare sul Piano delle opere pubbliche, ma non bisogna pensare che il nostro impegno sia diretto solo lì, perché in realtà abbiamo molti edifici”.

La caratteristica del Piano opere pubbliche e beni culturali è che va a finanziare espressamente le opere pubbliche. Quindi stiamo parlando di Comuni, scuole, palazzi per usi pubblici, chiese e così via. “Questo terzo Piano è quello che coinvolge un rapporto continuativo di valutazione e progetto all’interno della Commissione congiunta sisma”, chiarisce Ambrogio. “La Regione ha istituito questa Commissione insieme a noi e al Servizio geologico, per cui il percorso rispetto agli altri Piani è un po’ differente, perché si ritiene che nelle opere pubbliche, dove le risorse sono anche molto importanti dal punto di vista economico, gli interventi siano strategici. Parliamo per esempio di palazzi municipali, dove magari c’è bisogno che ci sia anche una categoria di sicurezza di un certo tipo, un’attenzione particolare nella progettazione”.

Il punto a cui siamo arrivati oggi
La Commissione in particolare si articola in due step per valutare i progetti: preliminare ed esecutivo. Il lavoro è iniziato nel 2013, e a oggi, anche se sembra passato molto tempo, “stiamo affrontando temi veramente caldi, progetti importanti come le chiese che erano state distrutte al 50% o oltre”. Proprio le chiese sono ora l’oggetto principale, “insieme al finire di una serie di esecutivi che stanno perfezionando grossi cantieri, che magari le stesse stazioni appaltanti non hanno messo in priorità ma in secondo ordine”.

Le ragioni delle tempistiche
L’apparente lentezza è quindi in un certo modo fisiologica, soprattutto se si aggiunge il fatto che le amministrazioni pubbliche hanno sempre meno personale, quindi gestiscono questo tipo di situazioni con meno facilità. Oltretutto anche i professionisti esperti di questi settori non sono tantissimi in Italia: magari gli studi professionali che hanno preso incarichi anche importanti di ricostruzione o miglioramento sismico per il terremoto in Emilia del 2012, sono le stesse figure professionali che si stanno occupando di altre situazioni simili in Centro Italia. E in Emilia ci sono stati due terremoti che si sono accavallati, quindi anche gli stessi studi professionali, tra un parere espresso dalla Soprintendenza, la loro necessità di integrazione, la produzione e la consegna dell’integrazione stessa, hanno dei tempi tecnici più lunghi. La stessa Soprintendenza poi deve seguire le proprie tempistiche: deve vedere un progetto, digerirlo, spiegarlo, fornire delle richieste di integrazione. Tutte richieste che poi devono combaciare per tre diversi settori: per la Soprintendenza stessa, per la parte finanziaria e per la parte sismica. E solo quando viene trovata la quadra il progetto va avanti. 

Tutto ciò che rientra nel calcolo: arte e struttura
Ma a quanti edifici fa riferimento il Piano? Keoma Ambrogio fa un conto: “Gli edifici di cui stiamo parlando sono 2.066, di dimensioni completamente diverse. Inoltre a volte nello stesso nome sono inclusi più edifici che magari fanno parte di un unico comparto edilizio”. Nel Piano poi esistono dei vincoli architettonici e artistici, anche se non sono l’unico aspetto di cui deve occuparsi la Soprintendenza. “Il nostro compito – spiega Ambrogio – viene sempre inteso con aspetti di natura artistica, come colori, finiture, ecc. In realtà noi ci occupiamo e realizziamo anche gli interventi dal punto di vista strutturale. Non dal punto di vista del calcolo sismico – specifica il Responsabile – che è competenza della Regione, ma dal punto di vista dell’impatto che quegli interventi possono avere o meno sul progetto e quindi sulla tutela e sulla conservazione del bene”. 

La gestione dei fondi
Nei fondi previsti fin dall’inizio poi sono avvenute delle variazioni. “C’è stato un momento, dopo il 2020, con il grande rincaro del 2021, in cui la Regione ha fatto un Piano per riconoscere ai cantieri un aumento prezzi. La valutazione dal punto di vista economico di quali fossero le cifre per ogni edificio era stata fatta dal ministero nel 2012, quando avevamo fatto le schedature del sisma”. E oltretutto la ricostruzione e la gestione non sono omogenee ma variano da zona a zona: “Io ho seguito strettamente il Comune di Ferrara, che è anche l’unica grande città coinvolta dal terremoto, perché Modena e Bologna sono state colpite meno, e devo dire che ha fatto un percorso molto virtuoso, muovendosi tra fondi comunali, fondi della Regione, fondi del ministero: sono stati tutti utilizzati per risistemare un patrimonio edilizio molto molto complesso dal punto di vista dei beni culturali”. 

Quanto manca ancora
Per quanto riguarda le tempistiche, “questo è un dato che forse ha più la Regione, che ha un controllo esatto di tutte le pratiche che ancora mancano. Oltretutto le procedure di un appalto oggi sono estremamente complesse, sono veramente lunghe: anche solo arrivare al progetto esecutivo, poi approvarlo e impiantare un appalto richiede mesi e mesi. E io sto vedendo che negli ultimi due anni le ditte sono molto agguerrite in cantiere, perché ci sono riserve continue, controlli sui prezzi e così via. Perché la crisi ancora si sente”. 

Giovanni Peparello