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Le ragioni dell'ambiente e le ragioni degli agricoltori

Le proteste "dei trattori" in giro per l'Europa partono dalle proposte di legge per l'agricoltura della Commissione Europea, che però sembrano non accontentare nemmeno gli ambientalisti

La protesta degli agricoltori di questi giorni, partite circa un mese fa in Germania e arrivate fino al red carpet di Sanremo, nasce dalle nuove regole proposte dalla Commissione Europea in materia di agricoltura. La priorità europea è quella di rispettare il Green Deal, arrivando alla decarbonizzazione completa entro il 2050. 

Nonostante le buone intenzioni, però, le nuove regole proposte dall’Unione Europea non accontentano né gli agricoltori né gli ambientalisti. Si va dall’obbligo di lasciare il 4% dei suoli incolto per favorire la biodiversità alla soppressione di alcune agevolazioni fiscali, come quelle sul gasolio agricolo (per ora non eseguite dall’Italia) o l’esenzione dei redditi agricoli dall’Irpef. All’inizio si parlava anche di ridurre l’uso di pesticidi, ma la proposta è stata ritirata dalla Commissione Ue. Le proteste si articolano soprattutto su questi punti, a cui si sono aggiunte anche alcune richieste, come la riduzione dell’Iva su alcuni prodotti e le misure di contenimento della fauna selvatica che minaccia i raccolti. Posizioni che in alcuni casi si sono irrigidite, ma che nascono da un contesto che negli ultimi anni per gli agricoltori è diventato sempre più asfittico.   

Da dove nascono le proteste
Il comparto agricolo in Europa non se la sta passando benissimo. Come scrive La Repubblica, tra il 2015 e il 2020 sono scomparse 5,3 milioni di aziende agricole, di cui quasi 600 mila italiane. Dopo il 2020 sono arrivate la pandemia, la guerra in Ucraina, la speculazione alimentare, un’inflazione da record, la siccità persistente soprattutto nella pianura padana e le alluvioni. Nel 2022 prezzi dei beni e servizi usati in agricoltura sono aumentati del 25%, con picchi del 63% per i fertilizzanti e del 49,7% per i prodotti energetici. A questo va aggiunto il caso eclatante del basso prezzo del latte, del grano, della filiera cerealicola e di numerosi prodotti, che mette in enorme difficoltà le aziende di ogni dimensione. 

Il mondo fuori dall’Unione Europea
A questo si aggiunge la concorrenza dall’estero. Come scrive William Bouchardon su Jacobin, ora gli agricoltori europei dovranno affrontare anche la concorrenza della Nuova Zelanda, con cui l’Unione Europea ha appena firmato un accordo di libero scambio per importare carne e latte di pecora – un accordo che viene definito “paradossale”, soprattutto perché arriva in “piena emergenza ecologica”. L’Ue sta inoltre ultimando le misure per eliminare le barriere doganali con il Mercosur, il grande mercato comune sudamericano. “Il fatto che questi Paesi utilizzino antibiotici, ormoni della crescita, pesticidi e ogni sorta di prodotti vietati in Europa è vagamente riconosciuto dalla Commissione europea”, sottolinea Bouchardon.

Lo squilibrio tra grandi e piccole aziende
Per sopravvivere in questo contesto gli agricoltori europei vengono costantemente sovvenzionati da una serie di sussidi. Solo che gli anni di austerità e le procedure sempre più complesse hanno reso la burocrazia “incapace di svolgere i propri compiti”, scrive ancora Bouchardon. Con una conseguenza: spesso sono gli agricoltori più grandi gli unici a ricevere gli aiuti. Nel corso degli anni, nonostante la Pac (Politica agricola comune) abbia elargito finanziamenti a pioggia, sono state premiate soprattutto le aziende più grandi: l’80% delle risorse sono state destinate solo al 20% delle aziende, spiega Legambiente. Per questo motivo con le nuove leggi bisognerebbe provare correggere queste storture, mettendo al centro le piccole e le medie aziende. Eppure, non è questa la direzione in cui stiamo andando.

Le ragioni ambientaliste
Al termine di queste proteste l’ideale sarebbe riuscire a coniugare le necessità ambientali con quelle agricole e lavorative. È fondamentale intanto arrivare a decarbonizzare l’Europa entro il 2050 (con il taglio del 90% delle emissioni entro il 2040), diminuendo drasticamente gli input chimici e energetici. Allo stesso tempo, però, occorre rispettare le aziende medio-piccole, abbandonando l'agricoltura intensiva.  

Bisogna immaginare un’agricoltura diversa
Secondo alcuni commentatori, però, le proposte presentate dall’Unione Europea non rappresentano una discontinuità netta con la concezione di agricoltura e allevamento intensivo che ci ha portato alla crisi climatica – lo stesso modello di produzione che sta causando oltre un terzo delle emissioni climalteranti globali, con le filiere produttive globali e la grande distribuzione che schiacciano i produttori locali. “La politica agricola comunitaria non è riuscita a immaginare e sostenere un’altra agricoltura”, commenta Gianfranco Nappi su Il manifesto. Bisognerebbe quindi andare verso una produzione di cibo ricongiunta con la natura. Ad esempio, come propone Uncem, bisognerebbe pensare prima di tutto a un piano completamente “rurale” – dove per “rurale” non si intende solo l’agricoltura, ma anche tutto ciò che riguarda montagne e foreste. Foreste per le quali bisogna aumentare i fondi a disposizione, facendo contemporaneamente una riflessione più approfondita sull’uso dell’acqua. A questo approccio va integrata anche una maggiore attenzione al benessere animale e al ruolo sociale e ambientale delle aziende agricole.

Le proposte dell’agricoltura 
Ma cosa propongono gli agricoltori? Per ora non sembra esserci un fronte netto e omogeneo. Per esempio la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia), convocata oggi a Palazzo Chigi insieme ad altre associazioni di categoria, è esplicita nel rivolgere le sue richieste a Roma più che a Bruxelles: “Occorrono risposte concrete per garantire il reddito delle aziende e permettere al settore agricolo di occupare un ruolo centrale nell’economia del Paese”.

Servono sgravi fiscali per il settore primario, dall’Irpef sui redditi agricoli all’esonero contributivo per gli agricoltori, oltre a una maggiore compensazione dell’Iva zootecnica. Per mitigare l’impatto del rincaro dei fattori di produzione, Cia chiede la reintroduzione del credito d’imposta per l’acquisto di gasolio, già ottenuto nel 2023. A sostegno dei comparti più deboli, inoltre, secondo la Conferederazione servirebbe un immediato utilizzo delle risorse del Fondo per le emergenze e facilitazioni nell’accesso al credito. A livello europeo, invece, per Cia è urgente una maggiore semplificazione nelle regole sui pagamenti per l’attuale Pac per rispettare le tempistiche previste e garantire agli agricoltori la sostenibilità economica delle loro aziende. Oltre a questo, la deroga del 4% per l’incolto, cioè l'obbligo a lasciare il 4% dei propri terreni incolto per ragioni ambientali, viene definita "essenziale", con "periodicità triennale e senza vincoli ambientali legati alle scelte produttive dell’azienda". 

Ciò che rimane davvero essenziale, tuttavia, è che la questione ambientale rimanga il faro delle nuove proposte. E che l'Europa riesca a immaginare un'agricoltura diversa, meno intensiva e più legata al territorio.

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Giovanni Peparello