L'Italia ha un piano contro il coronavirus, ma per ora "nessun allarme"

Il sistema è pronto: un eventuale caso del nuovo coronavirus verrebbe trattato seguendo le stesse procedure messe in atto dalle Regioni per le infezioni respiratorie gravi e l'influenza grave come la suina o la Sars. E abbiamo un piano anche in caso di pandemia

In Italia non c'è nessun allarme per il virus che in Cina ha già causato 26 morti, con un numero di casi accertati arrivato a 830. Per ora il virus "mostra un tasso di trasmissione (1,5%) inferiore a quello del morbillo o dell’influenza". Ad affermarlo è Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’istituto Spallanzani di Roma, durante una conferenza stampa al termine di una riunione operativa per la gestione di eventuali casi a Roma e nel Lazio. Ippolito si rifà a quanto dichiarato al termine della riunione nella quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha scelto di attendere prima di dichiarare "l’allerta globale" perché le manifestazioni del virus al di fuori della Cina vengono ritenute ancora poche e le contromisure finora assunte sufficienti per arginarlo. L'OMS rivaluterà la sua decisione tra dieci giorni, dopo ulteriori indagini. Bisogna tornare al 2003 e alla Sars, anch'essa causata da un coronavirus, per ritrovare la prima malattia nella storia che spinse l'OMS a lanciare un allarme mondiale. Si pensa che il nuovo virus cinese, classificato dalle autorità sanitarie col nome tecnico di 2019-nCoV, sia un "suo discendente", anche se non si può ancora dire se sia altrettanto pericoloso.

Back to 2003
Ippolito stamattina ha dichiarato che "un eventuale caso di coronavirus verrebbe trattato seguendo le stesse procedure messe in atto dalle Regioni per le infezioni respiratorie gravi e l'influenza grave come la suina o la Sars". Secondo il calcolo dell’Oms, tra il 2002 e il 2003, la Sars ha causato 813 decessi. Le persone contagiate sono state 8.437 (la mortalità del virus è stata dunque di circa il 10 per cento), sparse in una trentina di Paesi.
Nel 2003 il ministero della Salute italiano aveva dovuto far fronte all’emergenza e organizzare adeguate risposte che oggi fanno da esempio. Oltre alle attività di sorveglianza epidemiologica, il ministero, a seguito dell’allarme globale, aveva predisposto una serie di misure atte a contenere la diffusione dell’infezione nell’eventualità dell’arrivo di casi sospetti o probabili dalle aree affette. In quel caso, gli obiettivi prioritari, identificati dalla Task Force voluta dal ministero, erano i seguenti:
1) identificare e isolare immediatamente i casi di SARS, sospetti o probabili al momento del loro arrivo in Italia (filtro aeroportuale);
2) identificare e isolare immediatamente i casi di SARS, sospetti o probabili che si manifestano in soggetti provenienti da aree affette nei 10 giorni successivi al loro arrivo in Italia;
3) porre sotto sorveglianza i contatti dei casi di SARS;
4) fornire indicazioni per la prevenzione e controllo della SARS in ambito ospedaliero.

Per la realizzazione di tali obiettivi si rese necessaria una stretta collaborazione con il Dipartimento Emergenze della Protezione Civile (con la nomina del Capo del Dipartimento, all'epoca Guido Bertolaso, a Commissario governativo), le strutture cliniche di riferimento e le Regioni.

Tuttavia, non esiste una regola generalizzata su come procedere in caso di epidemia, poiché il tipo di situazione, il tipo di ambiente e il tipo di malattia stessa influenzano le modalità di ricerca. In questi casi la priorità è il recupero di informazioni. Per questo motivo, la Federazione nazionale dei medici di famiglia (Fimmg) sta trasferendo ai dottori di base tutte le informazioni sulla situazione, la descrizione dei sintomi e i percorsi epidemiologici indicati dall'Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute.

Il Piano italiano in caso di pandemia e il ruolo della Protezione Civile
Le pandemie, cioè le epidemie che travalicano i confini nazionali espandendosi in diversi continenti, si verificano a intervalli di tempo imprevedibili. Nel ventesimo secolo si sono verificate tre pandemie influenzali: nel 1918 (Spagnola, virus A, sottotipo H1N1), 1957 (Asiatica, virus A, sottotipo H2N2) e 1968 (HongKong, virus A, sottotipo H3N2). La più severa, nel 1918, ha provocato almeno 20 milioni di morti. In anni più recenti, si ricorda la pandemia influenzale del 2009, causata da una variante fino ad allora sconosciuta del virus H1N1, che ha causato centinaia di morti e decine di migliaia di contagi nel mondo, concentrati per la maggior parte nel continente americano.

Dalla fine del 2003, da quando cioè i focolai di influenza aviaria da virus sono divenuti endemici nei volatili nell'area estremo orientale, e il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini, è diventato più concreto e persistente il rischio di una pandemia influenzale. Per questo motivo l'OMS ha raccomandato a tutti i Paesi di mettere a punto un Piano pandemico e di aggiornarlo costantemente seguendo linee guida concordate. Il principio ispiratore del Piano è l’assunto che emergenze globali richiedano risposte coordinate e globali. Il Piano italiano si sviluppa secondo le 6 fasi pandemiche dichiarate dall'OMS, prevedendo per ogni fase determinati obiettivi ed azioni.


In caso di dichiarazione dello stato di emergenza, cioè quando il diffondersi della pandemia porti un quadro di calamità, il pericolo verrebbe fronteggiato con mezzi e poteri straordinari. Oltre alla messa a punto di una formazione e di un comunicazione adeguate, il Piano prevede che in questi casi il Presidente del Consiglio dei Ministri, insieme al Ministro della Salute, definisca le azioni che si intendano adottare, trasferendendole in apposite ordinanze di Protezione Civile. Per assicurare la direzione unitaria e il coordinamento di tutte le attività, lo stesso Capo del Dipartimento della Protezione Civile riceverebbe la delega per la immediata convocazione del Comitato Operativo della Protezione Civile integrato con reappresentanti di Regioni e componenti particolarmente specializzate in materia sanitaria.

Cos'è il virus 2019-nCoV
Al momento l'unica informazione certa sul virus 2019-nCoV comparso nella città di Whuan è che si tratti di un coronavirus. Essendo una malattia nuova, non esistono ancora né un vaccino né un trattamento specifico. Tuttavia, un vaccino contro il nuovo coronavirus potrebbe esser testato sull’uomo in tempi record, meno di tre mesi, rispetto ai 20 mesi del vaccino sperimentale per la Sars. "Questo non significa che il vaccino, però, sarà efficace, come d'altronde è accaduto con la SARS: i test sono molti, ma ancora nessuno ha dato gli effetti sperati sull'uomo", afferma Ippolito.

Giovanni Peparello e Martina Nasso