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Lotta alla desertificazione, l'esperto: "Agevolare il ritorno alla terra"

In Sicilia il 70% del territorio è a rischio desertificazone, a causa di crisi climatica e cattiva gestione del territorio. Ma come fare per contrastarla? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Lo Bianco, presidente dell'Irssat

In Sicilia, all’inizio dell’anno, nei vasti territori che comprendono le province di Palermo, Trapani e Agrigento, per due mesi interi non è caduta una sola goccia d’acqua. Allargando lo spettro a tutta la regione, il gennaio e il febbraio del 2020 sono stati i due mesi più asciutti degli ultimi cento anni. E allargando ancora lo sguardo a tutta Italia, i dati nazionali su siccità e desertificazione sono spaventosi: nell’estate del 2019 si è calcolato che un quinto del territorio italiano è a rischio desertificazione.

Le percentuali indicano che nel Meridione le zone a rischio superano di gran lunga il 50%. La Regione più colpita è la Sicilia, con un territorio a rischio desertificazione pari al 70%. È per questo motivo che, per contrastare la desertificazione regionale, nel 2019 è stata fondata una Consulta Regionale, che si avvale del supporto tecnico-scientifico dell’Irssat, Istituto di ricerca, sviluppo e sperimentazione sull'ambiente e il territorio, che si occupa della lotta alla desertificazione da molti anni, seguendo metodi innovativi e sperimentali. E per capire quali sono i metodi per contrastare la desertificazione, abbiamo intervistato il presidente dell’Irssat, Giuseppe Lo Bianco. 

Giuseppe Lo Bianco tratta la desertificazione per quello che è: un problema globale, che ha bisogno di soluzioni strutturali. Così, quando gli viene chiesto da cosa bisogna partire per contrastare la desertificazione in Sicilia, lui convinto risponde: “dalla sicurezza”. “Bisogna riportare la gente a vivere e a lavorare in campagna, nei terreni meno utilizzati”, afferma chiaramente. “Senza la gente che torna a vivere nelle campagne, tutto il nostro lavoro diventa soltanto un gioco”. 

Secondo il suo punto di vista, “il problema della sicurezza, in Sicilia, impedisce alle nuove generazioni di andare a lavorare in campagna. Prima ancora di trovare soluzioni scientifiche per contrastare la desertificazione, dobbiamo evitare di addossare al locale tutta la responsabilità del controllo del territorio”. 

Perché è così importante il controllo del territorio?
Lo Bianco fa un esempio: “Immaginiamo di avere un terreno agricolo e di lasciarlo incolto. In teoria, una volta restituito alla natura, il terreno dovrebbe tornare fertile. Purtroppo, questo processo non è così immediato”. Come mai? “Oltre naturalmente ai problemi dovuti ai cambiamenti climatici, la causa sta proprio nella pessima gestione del territorio. Anche se un terreno agricolo viene lasciato incolto, la sua fertilità può venire comunque danneggiata da fenomeni tutto sommato piuttosto frequenti, quali il pascolo abusivo o gli incendi”.

“A queste cause si aggiunge poi un problema di gestione delle acque”, sottolinea il presidente dell’Irssat, “un problema che gli stessi cambiamenti climatici non aiutano a gestire bene. E in Sicilia, oltretutto, non abbiamo una buona distribuzione dell’acqua”.

“Questo perché le infrastrutture siciliane sono sempre più povere”, specifica Lo Bianco. I terrazzamenti, ad esempio, utilizzati frequentemente nell’agricoltura del catanese, richiedono un dispendio energetico maggiore rispetto al lavoro in piano. “In Sicilia la distribuzione di energia elettrica non è omogenea”, spiega Lo Bianco. “L’energia viene distribuita e immagazzinata più nelle città che nelle campagne. Quindi, innanzitutto, occorre sapere non soltanto dove è possibile generarla, ma anche dove convenga generarla. Perché è inutile generarla in luoghi sperduti, dove non serve. È necessario invece generarla dove serve, e utilizzarla in reti urbane solidali”.

Al di là dei problemi strutturali, in che modo la ricerca scientifica potrà contrastare la desertificazione, considerando anche la crisi climatica mondiale?
“Il punto di partenza è la realizzazione di un’azione pilota, che consenta di individuare un’area campione di un paio di ettari che possano essere classificati come zona a rischio critico 2 (il rischio 3 segna infatti il punto di non ritorno). All’interno dell’area bisognerà vedere ad esempio qual è l’incidenza della CO2 nell’agricoltura, oppure quanto suolo occorre usare per coltivare, quanta acqua, quanta energia”.

“Uno degli obiettivi è l’individuazione di specie vegetali autoctone, resilienti, che possano essere adatte all’ambiente. Ma attenzione: devono essere anche specie vegetali che siano in grado di garantire sostentamento economico al lavoratore”. Questo perché la lotta alla desertificazione deve comportare anche un cambio di paradigma. “Non dobbiamo perdere tempo o denaro”, precisa Lo Bianco. “Entro cinque anni dalla sperimentazione, dobbiamo in grado di partire con un’attività produttiva. A quel punto, però, non staremmo più lavorando sul territorio al servizio della filiera, ma staremmo imponendo alla filiera a ciò di cui ha bisogno il territorio”.

Ma questo tipo di sperimentazioni saranno utili solo nell’aria in cui vengono compiute, cioè nel catanese? 
“Naturalmente no. Non facciamo mai studi che non possano essere standardizzati. Ricordo che la desertificazione riguarda tutta l’area del Meridione e del Mediterraneo. Se, con la sperimentazione, io scopro che il frassino, per fare un esempio, può essere un tipo di albero ad alto fusto che resiste al meglio nella nostra area pilota, ciò non significherà che il frassino sarà in grado di resistere in tutta l’area del Mediterraneo; ma significherà che posso applicare lo stesso sistema per individuare la specie adatta a ogni territorio”. È il metodo che è importante, non la soluzione contingente.

E per Lo Bianco questo approccio metodologico è fondamentale, dato che il problema siciliano è solo un riflesso del problema globale. Il presidente dell’Irssat fa un esempio:“In Sicilia, dal 1936 al 1951, nell’80% dei comuni la popolazione è cresciuta. Quello è stato anche un periodo cavallo della guerra, quindi il dato è molto significativo. Ma dal ’51 al ’61, e poi fino al ’71, la popolazione è decresciuta nell’80% dei comuni, mentre nelle aree metropolitane la popolazione è aumentata”. Cosa significa? “Significa che c’è stato un modello di sviluppo globale che ha indotto all’abbandono delle campagne”, afferma Lo Bianco. E, se la desertificazione è direttamente correlata all’abbandono della terra, dunque, “siamo arrivati ad avere problemi strutturali di desertificazione proprio perché il modello globale e metropolitano ha esigenze che solo la terra può sopportare, ma allo stesso tempo la terra è stata sottoposta a una cura talmente scarsa che il modello globale si è messo in crisi da solo”. 

Giovanni Peparello