(Fonte foto: pagina Facebook CimoneSci)

Marco Bussone, (Uncem): "Per le montagne senza neve serve una strategia complessa"

I cannoni sparaneve possono servire, afferma il presidente di Uncem, ma non sempre e non ovunque. Per immaginare il futuro della montagna, infatti, occorrono strategie differenziali

In Italia non nevica. Che la desideriamo o meno, in Italia questo inverno la neve non è scesa. Le poche precipitazioni sono state accompagnate da temperature praticamente primaverili, sensibilmente superiori alle medie del periodo. In alcune località montane sono stati superati i 10 gradi sopra lo zero. Versanti brulli, alberghi vuoti, piste da sci inesistenti. “Stato di calamità naturale”, hanno invocato all’Abetone, mentre tutto lascia presagire che in futuro questa anomalia possa diventare la normalità. Qual è il destino delle nostre montagne? Ne abbiamo parlato con Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani (Uncem), che ha lanciato alle istituzioni una proposta articolata.

Immaginare un futuro complesso
“Ci sono diversi piani che vanno tenuti insieme”, afferma Marco Bussone, presidente Uncem. “Servono innanzitutto dei ristori per gli operatori che hanno subito delle perdite in questa stagione, come ne hanno subite nelle scorse, per il Covid, il lockdown e anche i cambiamenti climatici”. Da questi presupposti partiva Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, quando ha lanciato l’idea di introdurre dei cannoni sparaneve di nuova generazione, capaci di mantenere le piste innevate anche con temperature primaverili. Questa soluzione, però, avrebbe un grande impatto dal punto di vista ambientale ed energivoro, come ricorda il meteorologo Federico Grazzini a Radio Città Fujiko. Il dibattito sui cannoni sparaneve oltretutto si è sclerotizzato, al punto che sembra di assistere a uno scontro tra “tifoserie” - come le definisce lo stesso Bussone. Tra chi crede che la crisi climatica sia un complotto, e chi ha danneggiato (o sabotato) i cannoni sparaneve in Emilia Romagna, insistere su questo punto rischia di far perdere di vista l’importanza dell’assenza di neve in montagna. Un’assenza che sarà sempre più catastrofica - non solo per gli sciatori. Il climatologo Antonello Pasini, intervistato dal Fatto Quotidiano, ha lanciato l’allarme: “Dobbiamo aspettarci un estate molto siccitosa come quella dell’anno scorso”. In montagna, nella neve, nei ghiacciai, vengono immagazzinate le riserve d’acqua che serviranno durante l’estate. Riserve che in questo momento non ci sono. Il problema dunque è incredibilmente complesso, e come tale ha bisogno di una soluzione altrettanto complessa. Marco Bussone in questo caso non ha la soluzione, ma ha un’idea precisa: organizzare insieme alle istituzioni una strategia sul medio periodo. Come saranno le nostre montagne da qui al 2050? Non lo sappiamo, ma possiamo sfruttare i dati per immaginarle. E possiamo agire di conseguenza.

Soluzioni differenziali per il 2050
“Se servono in alcuni contesti dei cannoni sparaneve migliori, questi investimenti devono essere sostenuti”, afferma Bussone. “Ma solo in alcuni contesti”, precisa: “Solo dove ci sono dati scientifici che provano che aggiungere neve artificiale alle precipitazioni nevose a terra può essere utile per il turismo, che va mantenuto”. Bisogna fare distinzioni, però, “perché dire che ovunque si può produrre neve artificiale, per mantenere ovunque la disciplina invernale dello sci, semplicemente non è vero”. E questa fallacia di pensiero va corretta grazie all’uso di analisi scientifiche e numeri precisi: “Perché non tutto si può fare ovunque”. La crisi climatica è reale, che ci piaccia o no. E la transizione che dovremo gestire è molto complicata e richiede molti investimenti. “Non bastano 200 milioni di euro, stanziati con la legge di bilancio per cinque anni, perché quelle risorse servono a malapena a colmare le perdite di questa stagione”, prosegue Bussone. “Il comparto deve invece ripensarsi completamente, e deve ripensarsi in sede istituzionale, con il Ministero del Turismo, con il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, con i parlamentari, con gli operatori. Serve approcciare la questione con un ragionamento laico, con i numeri e i dati scientifici, dicendo che non tutto si salva, e laddove ci sono perdite e cambiamenti da sostenere servono risorse pubbliche ingenti. Come in questo Paese dovremo trasformare i comparti industriali, così dovremo trasformare anche quelli turistici: con idee e risorse opportune”.

Appoggiarsi sui dati scientifici
Bussone non è d’accordo nemmeno con chi dice che la neve artificiale dovrà essere sparata solo sopra una certa altitudine: “Da queste considerazioni tolgo di mezzo qualsiasi ragionamento sulle altitudini, perché l’altitudine può essere fuorviante”. In un territorio a millecinquecento metri per esempio può fare più caldo di un altro territorio a mille metri. “Perché la cifra dell’altitudine non è rappresentativa della complessità della montagna: le altitudini variano nel contesto appenninico, nel contesto alpino, in alcune valli”. In questo momento non dobbiamo generalizzare, ma adottare un approccio caso per caso, per capire nei casi specifici cosa dovremmo fare. “E sappiamo già che alcune località turistiche e sciistiche stanno impostando un percorso di rinnovamento, come in valli come la Val Maira o alcune aree dell’appennino, dove gli amministratori e gli operatori del turismo hanno ben presente come impostare le transizioni”. Alcuni di questi territori, per esempio, sapendo che il futuro sarà meno nevoso e più caldo del passato, hanno investito in percorsi mountain bike e nei bike park. “Però noi abbiamo bisogno anche di trasformare e rinnovare gli alberghi, che in molti casi sono obsoleti. Rinnovarli vuol dire dare del credito con tasso agevolato, fare un piano di qualche miliardo fatto con Cassa depositi e prestiti. Tutto questo per dire che non dobbiamo credere che l’unica cosa che possiamo fare è chiudere qualche impianto o non investire più sui cannoni sparaneve, perché è un ragionamento più complesso”. 

Capire su cosa puntare nei territori
Dobbiamo essere consapevoli che il problema dell’innevamento artificiale e della transizione non è solo italiano, ma appenninico, alpino, pirenaico, degli altri distretti montani europei, che vedono questa transizione necessaria a causa dei cambiamenti climatici. “Però il ragionamento va aperto usando i dati disponibili”, sottolinea Bussone. “E dobbiamo ricordarci che chi offre soluzioni a buon mercato lo fa proprio perché è un mercante: le soluzioni a buon mercato in questo contesto non esistono. Io credo che sia necessario dare soluzioni specifiche e differenziali per le valli, i territori e le comunità, evitando di entrare nella logica delle tifoserie. Non dobbiamo fare come chi dice chiudiamo tutto perché lo sci non funziona: no, lo sci funziona e continuerà a funzionare, ma funziona in alcuni contesti. In altri contesti sono anni che non funziona e non funzionerà”.

Investire nelle comunità, per il bene di tutti
C’è già un elenco di cose che si possono fare. “Per esempio si può investire sugli alberghi per famiglie. Oppure si può sostenere un ammodernamento degli impianti di risalita che funzionino anche d’estate - il che vuol dire anche cambiare l’approvvigionamento energetico. Si possono anche realizzare bacini idrici per approvvigionamento idrico con uso plurimo, visto che ne abbiamo un gran bisogno. Bisogna poi trasformare anche il marketing turistico”. Tutti questi elementi vanno messi insieme per immaginare la montagna del domani. Ma qual è questa montagna del domani? “Ce lo chiediamo noi stessi - risponde Bussone - ma non abbiamo né risposte per tutti, né risposte che manteniamo segrete: vogliamo solo condividere quelle che abbiamo”. Bisogna capire che in questa situazione un certo ragionamento va fatto, che vanno investite risorse per cambiare il paradigma in alcuni contesti. “Io ho già scritto ai ministri - dice Bussone - qualche giorno fa è partita una mia nota, nella quale dico queste cose. Se poi arriveranno anche soltanto i ristori per le perdite della stagione, andrà benissimo così. Però mi sembra che non sia l’unica soluzione. C’è anche un altro discorso da fare, un percorso sul medio periodo”. Ripetiamo la domanda di prima, allora: come sarà la montagna da qui al 2050? “Per me questa domanda è istituzionale e politica e come tale va posta ai politici e alle istituzioni”, ripete Bussone. ”Guardi - insiste alla fine il presidente di Uncem - la rinascita delle montagne non ripartirà dal turismo, ma dalle comunità che vivono la montagna, dai servizi pubblici, da scuola e trasporti, dagli asili nido per mantenere le famiglie sul territorio, da un turismo che si unisce all’agricoltura. Poi c’è un grande tema per noi, il tema storico di come la città vede le sue montagne. Perché questi non sono temi esclusivi delle aree montane ma del Paese intero - un Paese costituito per  il 40% da montagne, per l’80% da aree rurali. Tutto questo non riguarda solo quei 10 milioni di persone che vivono in montagna, ma riguarda Torino, Milano, L’Aquila: è un tema che va posto come grande questione, su cui devono interrogarsi anche i sindaci delle grandi città. E noi questa questione alle istituzioni l’abbiamo posta. Poi la risposta potrà essere anche negativa. In tal caso, ne prenderemo atto. Ma interrogarsi è il minimo che un sindacato come Uncem deve fare”. 

Giovanni Peparello