(Fonte foto: WWF Italia)

Perché l'Australia brucia così tanto?

Gli incendi in Australia hanno portato un bilancio tragico e dei danni incalcolabili. Ma da cosa sono stati generati? Sarebbe stato possibile fare di più? Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano, autore di La resilienza del bosco

Dall'inizio della stagione degli incendi, in Australia, secondo le stime pubblicate dal Guardian, sono bruciati in totale 10.7 milioni di ettari in New South Wales, Victoria, South Australia, Queensland e Western Australia. A causa delle fiamme, sono morte almeno 28 persone e sono state distrutte 1.700 abitazioni. Quasi mezzo miliardo di animali potrebbero essere morti, secondo i calcoli di Chris Dickman, dell’Università di Sidney – sebbene queste cifre siano ancora dibattute. Secondo i primi dati preliminari, i risarcimenti richiesti partirebbero da 650 milioni di dollari americani. Mentre i numeri continuano a essere parziali e quasi incredibili, rimane incalcolabile il danno derivato dalla distruzione completa di un ecosistema. Per questo motivo, è importante riuscire a capire da cosa è stata causata questa catastrofe. Come è cominciata? Cosa si sarebbe potuto fare per fermarla? Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano, autore per Mondadori del libro La resilienza del bosco.  

Un patto con il diavolo
Quello australiano è un ambiente che si è evoluto a stretto contatto con gli incendi. “Per caratteristiche geografiche, latitudine, esposizione a venti costanti, alcune aree dell’Australia hanno una configurazione climatica che crea ambienti molto aridi”, spiega Giorgio Vacchiano. “Piove poco, la vegetazione è molto secca, e basta una scintilla per far diffondere gli incendi”. A queste condizioni, gli incendi più pericolosi sono causati dei fulmini caduti in aree meno controllate. Per di più, “il clima arido favorisce proprio l’insorgenza di temporali secchi, durante i quali scaturiscono i fulmine senza pioggia”. In un ecosistema così propenso a bruciare, la vita stessa si è evoluta stringendo “una sorta di patto col diavolo” con gli incendi. È il caso degli animali, come quelle specie di falchi che sfruttano rametti ardenti per cacciare. È stato il caso degli aborigeni, che 40.000 anni fa sfruttavano il fuoco per creare nuove traiettorie di caccia. È il caso, infine, della vegetazione stessa. “Alcune specie di piante”, spiega Giorgio Vacchiano, “hanno stretto un’alleanza con gli incendi, per sviluppare un vantaggio concorrenziale nei confronti di altre specie dello stesso ecosistema”. Queste piante hanno sviluppato dei semi resistenti al fuoco, che vengono attivati proprio dalle sostanze sprigionate durante un incendio. In alcuni territori, se non c’è un incendio ogni 2/3 anni, la fioritura è addirittura meno intensa. Ma, anche se l’ecosistema si è evoluto per bruciare velocemente, per essere resiliente al fuoco, sfruttando il fuoco come fonte di vita, in periodi di siccità anche questo tipo di vegetazione diventa troppo secca per resistere alle fiamme. Non è un caso se il 2019 è stato l’anno più caldo e secco mai registrato nella storia australiana.

Come nascono le fiamme
Gli incendi più pericolosi sono quelli causati dai fulmini che cadono lontano da zone abitante. Il caso dell'Australia non si discosta da questa statistica. “Il Gospers Mountain Fire, controllato solo di recente con il contributo della pioggia, è iniziato proprio per via dei fulmini in territorio disabitato”, ricorda Giorgio Vacchiano, “e con mezzo milione di ettari bruciati, è stato uno dei singoli incendi più vasti della storia”. Nonostante questo, alcuni giorni fa era circolata la notizia dell’arresto di 183 persone per crimini correlati all’espansione degli incendi. La stessa polizia di Vittoria, però, ha affermato che non ci sono prove che all’origine della devastazione ci siano stati gli esseri umani. I numeri stessi degli arresti sono esagerati, e nel computo sono state inserite anche quelle persone che sono state multate per non aver rispettato le regole di sicurezza, come l’aver buttato a terra mozziconi accesi. Il Guardian, basandosi sui dati delle agenzie scientifiche australiane, ha ipotizzato che la notizia degli arresti sia stata messa in giro appositamente per negare la vera causa della catastrofe australiana, cioè la siccità e le alte temperature. In poche parole, ancora una volta, dipende tutto dalla crisi climatica.


wildfire, Pixabay
Uno dei cosiddetti wildifires (incendi boschivi). Fonte foto: Pixabay

La risposta agli incendi
Per non formulare ipotesi avventate, però, bisogna vagliare ogni possibilità. Capire se è stato commesso un errore; dove è stato commesso; da chi è stato commesso. “Quando dobbiamo fronteggiare un incendio, abbiamo tre possibilità”, spiega Giorgio Vacchiano.
La prima possibilità è che l’incendio stesso non avvenga. In Italia, con piccole estensioni di foreste, usiamo le linee tagliafuoco. L’Australia, invece, che ha distese forestali immense e incontrollabili, paradossalmente usa il fuoco per combattere il fuoco: piccole fiamme controllate che riducono la quantità di vegetazione più propensa a bruciare – quella vegetazione che durante gli incendi si comporta come la carta in un caminetto. Ultimamente però, oltre al crollo dei fondi necessari, le condizioni di sicurezza per applicare questa tecnica sono difficili da ottenere, perché molte aree forestali sono vicine a centri abitati”.

La seconda possibilità”, prosegue, “è l’estinzione del fuoco. Ma questo richiede che qualcuno vada a combatterlo da terra. Gli interventi dall’alto hanno solo una funzione ritardante. E con incendi di questa entità è impossibile avvicinarsi alle fiamme”. Uno dei motivi sono i cosiddetti stormfires, simili a uragani di fuoco, che vengono generati dagli immensi incendi frondosi. 
La terza possibilità”, conclude Vacchiano, “è la fuga. Saper evacuare correttamente è fondamentale. Forse il governo australiano è stato lento a chiamare i riservisti, dal momento che i vigili del fuoco in Australia sono volontari, ma con quelle fiamme e quell’area non ci sarebbe stata molta differenza tra 5.000 e 10.000 uomini”.
Ma se non sono stati commessi errori, se non si sarebbe potuto fare di meglio, vuol dire che una volta scoppiato un incendio simile non è possibile contrastarlo? “Ho paura di sì. L’unico modo per contrastare questo tipo di incendi è evitare che si verifichino. Ma le condizioni climatiche vanno nella direzione opposta. Con la crisi climatica, viviamo costantemente all’interno di estremi climatici, tra annate straordinariamente umide e annate straordinariamente secche, come quella appena passata. Una volta, annate così secche capitavano una volta ogni vent’anni. Ora siamo arrivati a una ogni sei. Queste oscillazioni di per sé periodiche, ora si sono fatte più frequeti e pericolose”. 

Il futuro del clima
Per contestualizzare questo inferno di fuoco, c’è chi ha voluto introdurre il termine Pyrocene per definire la nostra come un’epoca diametralmente opposta alle ere glaciali. Ma questo termine, che rumorosamente pone l’accento su un solo degli aspetto della crisi climatica, sembra meno preciso rispetto a quello su cui, per ora, sembrano concordare gli scienziati, cioè Antropocene – l’epoca in cui l’intervento dell’umanità ha cambiato radicalmente e forse definitivamente il clima, gli ecosistemi e addirittura la morfologia terrestre. Di recente è stato pubblicato l’annuale Global Risk Report, secondo il quale nel 2020 i maggior pericoli per il nostro pianeta deriveranno dal clima. Per la prima volta nella prospettiva decennale del sondaggio, tutti e cinque i maggiori rischi globali riguardano l'ambiente. Sotto questo punto di vista, se vivere nell’Antropocene significa continuare ad aspettarsi questo tipo di catastrofi, l’inferno australiano, apparentemente eccezionale, potrebbe diventare a breve un evento comune della spaventosa cronologia futura. Ancora più spaventosa, se si pensa che il futuro è cominciato pochi giorni fa.

Giovanni Peparello