Dociostaurus maroccanus (Fonte foto: Wikipedia)

Perché le cavallette hanno invaso la Sardegna?

Abbiamo intervistato Roberto Antonio Pantaleoni, entomologo dell'Università di Sassari, per cercare di capire come è potuto accadare, e se ci siano legami con la crisi climatica e le invasioni di locuste in altre parti del mondo

Orde di cavallette quest’anno hanno invaso la Sardegna, colpendo in particolare la valle del Tirso, nei comuni di Ottana, Sarule, Orani, Escalaplano, Orotelli e Bolotana. E la “catastrofe biologica” sembra in continua espansione, arrivando a toccare zone dell’Ogliastra e del Sarcidano. Qualcuno potrebbe vedere la cosa con fatalismo esaperato: “Ci mancavano solo le cavallette”, potrebbe dire. Ma in questa invasione non c'è stato niente di casuale, non c’è stata nessuna sfortuna, non è accaduto niente di imprevisto.

L’anno scorso nella stessa area c’era stata una simile pullulazione, che però aveva registrato danni minori. Quest’anno, secondo i dati forniti da Alessandro Serra, direttore della federazione Coldiretti Nuoro-Ogliastra, mercoledì tre giugno si era arrivati a contare circa “15.000 ettari di coltivazioni distrutti”, con le percentuali in continua crescita. L’anno scorso, negli stessi luoghi, nello stesso periodo, ci si era fermati a 2.000.

“I danni sono quantificabili nel 50% delle coltivazioni, con incidenze per aree che arrivano fino al 60%”, sottolinea Alessandro Serra. Quest’anno però, rispetto all’anno scorso c’è una novità, cioè un’Agenzia Regionale che geolocalizza tutte le superfici colpite, e che è “riuscita a quantificare per singolo spazio al m2 la presenza delle cavallette”. Uno strumento che potrebbe essere utile per combatterle in futuro, ma che adesso permette solo di quantificare i danni.

Un problema mondiale?
Contemporaneamente, gran parte dell'India e del Pakistan stanno affrontando una delle più grandi invasioni di locuste dagli anni '90. Milioni di dollari di raccolti sono stati danneggiati. E ora si teme una terribile carestia. Gli esperti avvertono che la situazione potrebbe peggiorare: è previsto, infatti, che durante giugno altri insetti raggiungano India e Pakistan dal Corno d'Africa - dove fin da febbraio si sta combattendo contro una delle peggiori invasioni di locuste degli ultimi 70 anni. Per capire cosa c’è alla base di questi fenomeni, abbiamo intervistato Roberto Antonio Pantaleoni, entomolgo dell’Università degli Studi di Sassari.

(Fonte foto: profilo Twitter Fao Pakistan)

Secondo Pantaleoni, innanzitutto, non c’è alcun pericolo che locuste africane arrivino fino in Italia. “Si tratta di una specie diversa, la locusta migratoria, che sa percorrere molti più chilometri rispetto alle cavallette nostrane, ma che non può riuscire ad arrivare fino a noi. Questa specie, una volta aggregata in un vasto gruppo, subisce un vero e proprio cambiamento fisiologico “dovuto alla reciproca trasmissione di ormoni”: le ali si ingrandiscono, gli insetti diventano più potenti. “Ma in Italia non c’è pericolo. Qualche singolo esemplare può arrivare portato dal vento di scirocco, ma una simile infestazione è impossibile. E poi in Italia abbiamo già i problemi con le nostre”.

Il problema sardo
Di che specie sono le cavallette sarde?
“La cavalletta in questione si chiama Dociostaurus maroccanus e depone uova nei terreni sodi – quindi preferibilmente in quelli incolti. Le cavallette nascono in primavera, si radunano in orde, e iniziano a mangiare ciò che hanno intorno. Successivamente diventano adulte, mettono le ali e iniziano a spostarsi di vari km”.

Un’infestazione del genere era mai accaduta prima?
“Quello delle cavallette in Sardegna non è un problema nuovo. Quest’anno hanno colpito la solita area, e per tantissimi anni le infestazioni sono state cicliche. Soprattutto nella prima metà del ‘900 ci sono stati grandi problemi, che nel 1946 sono esplosi in maniera incontrollabile, probabilmente anche a causa dell’abbandono delle campagne dovuto alla guerra. All’epoca le cavallette venivano combattute addirittura con il lanciafiamme e con l’arsenico, che ha creato non pochi problemi alle nostre campagne. Finché su consiglio degli entomologi non vennero introdotti in natura due insetti parassitari delle cavallette stesse, tra cui in particolare il coleottero Mylabris variabris, che è stato molto utile. Successivamente il problema è rientrato, per tornare a esplodere nell’87 e nell’88, poi di nuovo l’anno scorso. Quest’anno è particolarmente grave”.
Principali titoli sull'infestazione del 1946 apparsi sul quotidiano L'Isola
(Ritaglia raccolti nella mostra "Cavallette all'Arsenico", di Roberto Pantaleoni e Alessandro Molinu)

Perché ora l'infestazione è così forte?
“Possono esserci più fattori. Innanzitutto è probabilmente che la popolazione dell’anno scorso, che aveva trovato un ambiente favorevole, sia cresciuta senza essere stata tenuta sotto controllo. Poi bisognerebbe valutare altri fattori, come il mancato controllo delle campagne, l'aridità, i cambiamenti climatici più generali o più specifici, o altri fattori che hanno fatto diminuire la presenza del coleottero parassitario”. 

Come si combatte?
“Ora è impossibile. Purtroppo la lotta è possibile solo con le orde neonate o ancor prima che nascano. Un sistema che si utilizzava cinquant’anni fa era mettere allo scoperto le uova durante l’inverno, con un processo chiamato aratura delle grillaie. Poi il problema era rientrato, di conseguenza adesso non esiste un sistema di monitoraggio. Bisogna anche recuperare quel tipo di professionalità capaci di individuare le grillaie stesse”.

Quindi adesso, con le cavallette adulte, non c’è più niente da fare. “Adesso agire con il trattamento chimico per le cavallette adulte significa fare un danno ambientale ingente, colpendo la biocenosi e uccidendo anche gli insetti utili”. Concorda in pieno Alessandro Serra, Coldiretti, che vede nell’aratura di tutti i terreni e delle aree incolte l’unica soluzione possibile.

Dunque, in questo momento, l’unica cosa che si può fare è rimanere a guardare, raccogliere dati. E, come stanno facendo alcuni agricoltori, anticipare il raccolto, nella speranza di salvare il salvabile.

Ma Pantaleoni sottolinea che questa battaglia non può essere combattuta dal singolo: la risposta deve essere una risposta sistematica, data collettivamente, da agricoltori e allevatori contemporaneamente. Sia secondo il professore dell’Università di Sassari, sia secondo Coldiretti, il pascolo intensivo e l'abbandono dei terreni hanno reso i terreni perfetti per la nascita delle cavallette.

Il problema italiano
Oggi, nella Giornata mondiale dell’ambiente, si accende ancora una volta la stessa spia, a indicare lo stesso problema strutturale, impossibile da risolvere per il singolo. E quello della poca cura dei terreni è un tema che continua a tornare. Abbandono delle campagne, pascolo intensivo, perdita di fertilità dei terreni: sono tutte frasi che ritornano in chi tenta di spiegare lo stato in cui versano i nostri territori, dalla perdita percentuale di territorio agricolo all’avanzata implacabile della deserficazione. Tutte spiegazioni dello stesso problema, che rispunta contemporaneamente in territori diversi, sotto diversi aspetti, e che appare sempre più radicato all'interno del nostro Paese.

Giovanni Peparello