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Pregliasco (Anpas): "La pandemia? un ritorno alle origini del volontariato"

“C'è stata la spinta ad organizzarsi, a cercare di individuare i bisogni emergenti e dare risposte in una situazione dove tutti, comprese le istituzioni, arrancavano” spiega il presidente di Anpas in occasione della giornata internazionale del volontariato

In occasione della giornata internazionale del volontariato, che si celebra oggi, domenica 5 dicembre, abbiamo intervistato Fabrizio Pregliasco, presidente di Anpas, Associazione Nazionale Pubbliche assistenze, per capire l'evoluzione della figura del volontario in tempi di covid. Con lui abbiamo parlato anche del progetto di rendere il volontariato un bene immateriale dell'Unesco e della richiesta fatta al premier Draghi di dedicare il 2022 al volontariato.

Oggi, domenica 5 dicembre, è la giornata internazionale del volontariato. Cosa ha significato essere volontari nel 2021?
“Come Anpas, è stato ritornare alle origini ultracentenarie del volontariato italiano, delle pubbliche assistenze, delle società operaie di mutuo soccorso, di quei cittadini che all'epoca cercavano di trovare soluzioni a dei problemi emergenti laddove non c'era l'istituzione. Noi in questi anni a volte ci eravamo anche troppo relegati in una zona di comfort rispetto alle attività e all'organizzazione, pur essendo in alcuni ambiti, come quello della protezione civile, pesantemente impegnati ma sempre con un elemento organizzativo presente. L'aspetto positivo del Covid che vedo è quello di averci dato una sferzata. Ci ha fatto ritornare alle origini, ripensare le attività, inventarci dei servizi. Per esempio, nell'associazione locale che presiedo, siamo andati a prendere i quaderni che erano rimasti nelle classi quando c'è stato il lockdown. Questo, nel piccolo (tra le attività svolte da Anpas, ci sono il trasporto dei malati, la consegna della spesa, dei farmaci, socializzazione per anziani e ragazzi etc.), ma in generale c'è stata la spinta ad organizzarsi, a cercare di individuare i bisogni emergenti e dare risposte in una situazione dove tutti, comprese le istituzioni arrancavano. Questo è valso sia nel campo delle attività sanitarie che di protezione civile, realtà che si sono accavallate in pandemia”.

A fronte di questa "sferzata" di cui parla c'è stato anche un aumento del numero di volontari?
“Sì, c'è stato un volontariato fluido, un volontariato temporaneo. Noi, come Anpas abbiamo agganciato il volontario che chiamerei dell'emozione, quello che ci chiedeva “cosa posso fare per essere utile?”. In questa emergenza è venuto da noi dove ha trovato una struttura già pronta dove lavorare. Sono persone che poi sono rimaste in alcuni casi. Anche se dopo gli “andrà tutto bene” del primo lockdown molti hanno smesso temporaneamente di fare volontariato a causa delle paure dei vicini di casa, di scrivania, a causa della paura dell'untore, della diffidenza verso chi è in prima linea e può ammalarsi o far ammalare. Quello è stato un momento molto difficile”.

Adesso che la cartina dell'Europa presentata dall'Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, sta diventando quasi tutta rossa come vi state preparando?
“In pratica ormai ci sono degli ottimi protocolli, degli ottimi approcci anche sulla protezione civile che sono stati messi appunto anche di fronte ad altri guai che potrebbero esserci, ad esempio rispetto all'attività della colonna mobile di protezione civile per quanto riguarda gli sfollati. Le prime tre ondate di coronavirus ci stanno irrobustendo rispetto alla capacità di risposta e alla maggior serenità nell'affrontare l'emergenza, che non vuol dire abbassare la guardia e dimenticarsi della pandemia, ma sapere che ci sono degli elementi di pericolo e che dobbiamo convivere con questo virus”.

Il 16 giugno scorso è stata presentata in Senato, da un gruppo di associazioni del terzo settore, tra cui Anpas, ma anche politici e giornalisti, la candidatura del volontariato a bene immateriale Unesco. A che punto siamo del percorso?
“L'iniziativa sta coinvolgendo tutta una serie di istituzioni anche italiane, adesso cerchiamo anche la sponda in Europa in modo che ci sia un gruppo consolidato di sostenitori della candidatura. La presentazione in Senato è stata la prima pubblica ed ha visto schierati anche diversi parlamentari di vario colore politico, ma soprattutto di molti enti e quindi c'è stato già un riconoscimento. Ora c'è un lavoro a livello europeo per consolidare la proposta. Stiamo raccogliendo adesioni. Anche se il volontariato in Italia ha una spinta importante: la tradizione e la storia sia in ambito di protezione civile che di emergenza urgenza è soprattutto in Italia. Però ci sono tanti volontariati, quindi in Europa ci sono comunque cittadini che hanno voglia di esserci per la comunità, magari in modo diverso, più orientato all'aspetto caritatevole e di assistenza sociale, di vicinanza o nell'ambito della tutela ambientale, quindi ogni Stato ha una sua storia. Immaginiamo che con questa rete si possa dar vita ad un ulteriore espansione del mondo del volontariato. Ci auguriamo di coinvolgere più realtà possibili in Europa di modo da arrivare a livello internazionale avendo un consenso pieno. Si tratta di una dichiarazione politica alla fine, per questo ci vuole il consenso e la condivisione dell'interesse alla candidatura da parte di tanti”.

A cosa serve chiedere questo riconoscimento a livello formale?
“Si tratta di un gesto per poi rilanciare poi la giornata internazionale del volontariato, per rafforzare questa presenza a livello politico. Ne abbiamo bisogno anche in Italia, nonostante questa grande storia che il volontariato ha da noi, nonostante una legge nazionale rinnovata e anche se la riforma del terzo settore del 2017 è un bel lavoro, ci manca ancora l'operatività dei decreti ministeriali. Quindi diventa un elemento di stimolo sul versante istituzionale, di riconoscimento dell'importanza del volontariato e anche agli occhi dei cittadini”.

Il nuovo anno, il 2022, potrebbe diventare l'anno dedicato al volontariato, a fine novembre è arrivata anche una richiesta al premier Mario Draghi a tal proposito, che scopo ha questa proposta?
“Anche noi di Anpas sosteniamo questa richiesta. Credo che sia un'occasione per far conoscere le problematiche, le opportunità e ribadire un ruolo, perché ogni tanto non c'è la comprensione di quanto sia articolata questa realtà e dell'esigenza di essere una rete con tante sigle al suo interno e tante attività”.

Claudia Balbi