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Qual è lo stato di salute delle foreste mondiali?

È uscito il nuovo rapporto FAO sulle foreste, che tira le somme su deforestazione e rimboschimento in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano

È uscito da poco il rapporto quinquennale sulle foreste della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura. Secondo questo rapporto, che viene fatto uscire fin dal 1948, negli ultimi trent’anni abbiamo perso 178 milioni di ettari di foreste in tutto il mondo. Tra questi, 81 milioni erano foreste primarie. Nonostante tutto, però, sembra che negli ultimi anni la deforestazione stia rallentando. Allora per capire come districarci in questa selva di numeri, abbiamo intervistato Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale e autore per Mondadori del libro La resilienza del bosco

"Il rapporto FAO", spiega Giorgio Vacchiano, “si basa sulle dichiarazioni dei singoli Stati e pubblica le statistiche a discrezione degli interessati. Già questa caratteristica di per sé potrebbe rendere il rapporto inaccurato, soprattutto se i singoli Stati hanno interesse a nascondere certe statistiche”. Di recente, in effetti, la Polonia ha subito una procedura d’infrazione che ha evitato il taglio della più antica foresta europea. "Per porre rimedio a questa tendenza all’imprecisione, la FAO ha iniziato ad affidarsi anche a una propria analisi basata su dati satelliti. E a giugno uscirà il rapporto completo, che unirà i dati presentati in questo periodo, forniti dagli Stati, a quelli derivati dai satelliti internazionali".

Perché questo rapporto è importante?
"Perché la FAO non censisce solo le superfici delle foreste, ma le loro funzioni. Le funzioni possono essere distinte più o meno in quattro categorie. Cioè: foreste produttive, foreste che producono qualcosa di materiale, come il legno, ma anche funghi, castagne ecc; foreste principalmente destinate alla conservazione della biodiversità, come le foreste dei parchi e delle riserve; foreste per produzione e controllo dell’acqua, che trattengono e rilasciano gradualmente l’acqua che viene dai ghiacciai; infine, foreste di protezione dai dissesti idrogeologici, che formano come una rete di sicurezza, visibile soprattutto nelle aree montane".

"Oltre a queste inoltre dobbiamo considerare le foreste primarie, che sono le foreste vergini, cioè quelle foreste che in tutta la loro vita hanno subito un impatto dell’uomo minimo o completamente assente. Le più importanti tra queste hanno anche una biodiversità maggiore. E purtroppo, come possiamo vedere dai dati della FAO, sono anche quelle dove avviene la maggior parte della deforestazione. Le più famose tra queste sono naturalmente quelle Sudamericane, anche se ne abbiamo (poche) anche in Europa, in posti come la Polonia, i Carpazi, i Balcani. A questo proposito, a breve dovrebbe uscire la Nuova Strategia UE per la Biodiversità – e si parla di mettere le foreste primarie sotto protezione".

Ma questo rapporto ci dà buone o cattive notizie?
"I dati sono molti e possono voler dire molte cose, ma direi che il rapporto ci dà una buona e una cattiva notizia", spiega Giorgio Vacchiano.
"La cattiva notizia è che la deforestazione sta continuando. E i 178 milioni di ettari scomparsi sono un risultato netto, non lordo, perché la perdita lorda è parzialmente compensata dall’aumento delle foreste in varie zone del mondo”. La perdita lorda è di 400 milioni di ettari e, pur facendo la differenza tra le foreste che abbiamo perso e quelle che abbiamo guadagnato, “il netto rimane ancora in perdita". 
"E uno dei risultati del fatto che le foreste stiano diminuendo è che diminuisce gradualmente anche il loro contenuto complessivo di carbonio – un’arma fondamentale, se si considera che le foreste assorbono un terzo dei gas serra.

"Però ecco un paio di buone notizie ci sono: sebbene il contenuto mondiale di carbonio sia diminuito, il contenuto nelle foreste che sono rimaste registra un aumento della densità. In parole povere, le foreste sono cresciute, si sono ingrandite e sono diventate più forti", spiega Vacchiano, "e poi la deforestazione nel decennio 2010-2020 è sembrata rallentare. Nonostante la deforestazione in Amazzonia sia in aumento rispetto all’anno scorso, e anche gli ultimi mesi in Australia abbiamo fatto registrare un netto peggioramento, sul medio periodo il trend è positivo"

Naturalmente deforestazione e rimboschimento non seguono lo stesso andamento in tutte le parti del mondo – e le maggiori quantità di ettari vengono persi soprattutto in Africa e in Sud America. Da cosa dipende?
"In Sudamerica l’80% della deforestazione dipende dalla produzione agricola che sta all’origine di gran parte delle esportazioni: di soia e altri prodotti agricoli, ma anche di carne, di cuoio, di pelli. Dipende poi da petrolio, minerali, legno pregiato – ma in minima parte".
"In Africa invece la deforestazione dipende da condizioni di povertà e di necessità. Una parte della popolazione elimina le foreste per auto sostentamento: il legname serve per scaldarsi e per cucinare; i terreni servono per i pascoli privati. Solo l’Etiopia negli ultimi anni ha subito una deforestazione del 96%, superiore al ricambio. Per combattere la deforestazione c’è quindi bisogno di interventi socioeconomici importanti".

In Europa e in Asia invece le foreste stanno aumentando. Com’è possibile? 
"In Europa è un fenomeno soprattutto naturale, e potrebbe essere spiegato prendendo come esempio l’Italia stessa: abbandonando progressivamente le coltivazioni, le foreste si espandono da sole. Così abbiamo fino a 800.000 ettari di nuove foreste all’anno; l’anno scorso in Italia, per la prima volta dal Medioevo, l’estensione della superficie agricola è stata inferiore a quella boschiva. Certo, questi dati dipendono da molti fattori, quali l’abbandono dell’agricoltura per l’industria o l’aumento dell’efficienza delle tecniche di produzione". Attenzione però, perché l’abbandono delle superfici coltivate non dà vita spontaneamente a nuove foreste: ad esempio in Sicilia alla fuga dalle campagne è direttamente correlata l’avanzata della desertificazione, che ha ormai raggiunto il 70% del territorio. "Certo" prosegue Vacchiano parlando dell’Italia, "gli stessi alberi che nascono sono giovani e deboli. Però ci sono. E hanno potenziale, assorbono carbonio. Possiamo gestirli in modo sapiente".
Torniamo invece ai rimboschimenti in Asia. "In Asia sono per lo più artificiali", spiega Vacchiano. "I nuovi alberi lì sono per lo più specie a rapido accrescimento. Soltanto in Cina sono stati rimboscati 30 milioni di ettari in 30 anni, soprattutto per contenere l’avanzata del deserto, ma anche a scopi produttivi. Queste foreste a scopo produttivo sono comprese all’interno della stessa definizione di foreste fornita dalla FAO, anche se sono molto diverse dalle foreste primarie che stiamo continuando a perdere: hanno meno biodiversità, conservano meno acqua. Non sono assolutamente paragonabili". 

Cosa ci aspetta il futuro?
"Così come per il clima esiste l’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), anche per la biovidersità esiste un organo ONU, il CBD, cioè la Convenzione sulla diversità biologica. E, per la biodiversità, nella Conferenza del 2010 ad Aichi, in Giappone, furono fissati degli obiettivi per il 2020, tra cui ad esempio l’arresto dell’estinzione di specie minacciate, o il rientro dell’inquinamento entro livelli compatibili con la conservazione della biodiversità. Niente di tutto questo è stato raggiunto. Aichi è stato grande fallimento, più grande ancora di quello per il clima".
In un certo senso, però, in un senso generosamente allargato, un obiettivo è stato raggiunto. “Il sesto punto di Aichi voleva che il 17% di tutte le terre emerse e il 10% di tutte le acque marine e oceaniche venissero comprese all’interno di aree protette. Questo non è avvenuto, certo. Ma oggi, per lo meno, il 18% di tutte le foreste rientra all’interno di aree protette”. Per il 2030 dunque verranno proposti dei nuovi obiettivi. "Degli obiettivi ambiziosi", si augura Giorgio Vacchiano: perché solo in questo modo si potrà continuare a fare qualcosa per il mondo. 

Giovanni Peparello