Foto repertorio Croce Rossa

Volontariato di protezione civile: sempre più donne, ma mancano i giovani

La nostra redazione ha analizzato i dati emersi dopo aver sottoposto un questionario a diverse organizzazioni di protezione civile. Li abbiamo commentati con Nadia Padovan, dirigente responsabile del Servizio Volontariato del Dipartimento della Protezione Civile

Negli anni, l’impegno dei singoli nel volontariato di protezione civile in Italia è cresciuto con forza, in particolare per quanto riguarda le donne. Purtroppo, però, sono ancora troppo pochi i giovani che si cimentano in questo campo. A rivelarlo sono i dati di un questionario che la nostra redazione ha sottoposto a tutte e 59 le organizzazioni iscritte all’elenco centrale del Dipartimento della Protezione Civile, cioè quelle che, per caratteristiche operative e diffusione, assumono particolare rilevanza in diretto raccordo con il DPC in caso di eventi di rilievo nazionale. I risultati si basano sulle risposte della metà di quelle iscritte all’elenco, 28 organizzazioni, alle quali abbiamo chiesto com’è cambiata la loro composizione dalla fine del primo anno di attività al 31 dicembre 2019.

Volontarie in crescita
Il dato che salta più all’occhio osservando le risposte di tutte le organizzazioni è l’importante aumento del numero di donne volontarie dal primo anno di attività al termine dello scorso anno. Anche se a livello numerico il totale di donne volontarie raramente supera quello degli uomini anche oggi, la percentuale di ingressi femminili nelle organizzazioni, con diversi tipi di attività prevalente, è cresciuto molto di più rispetto alla controparte maschile. Nadia Padovan, dirigente responsabile del Servizio Volontariato del Dipartimento della Protezione Civile, esprime soddisfazione per questi dati e commenta: “Per il Dipartimento è molto gratificante. Fa piacere vedere che anche in questo campo si registri un incremento della percentuale di rappresentanza femminile in linea con uno sviluppo simile in tutti i campi della nostra società. È, poi, interessante che l’aumento riguardi anche il volontariato di protezione civile che per tradizione è sempre stato "più maschile". Per tanti anni abbiamo dovuto affrontare un retaggio culturale per il quale quello del volontario di protezione civile era considerato un “lavoro da uomini”. Ovviamente non è così, sia perché le donne svolgono egregiamente le stesse mansioni dei loro compagni, sia perché la protezione civile è molto differenziata nelle sue attività e lo abbiamo visto con l’emergenza Covid-19”.
La presenza femminile in questo campo, inoltre, potrebbe portare un valore aggiunto: “Le donne - afferma Padovan - sicuramente hanno una marcia in più quando si tratta di entrare in empatia con le persone. Bisogna sottolineare che è un fattore molto rilevante, visto che la protezione civile interviene in contesti emergenziali dove il carico emotivo per la popolazione colpita è sicuramente importante. Inoltre, non possiamo non sottolineare le nostre capacità organizzative: noi donne abbiamo su tempi, attività e lavoro quel quid in più. Tutto il nostro sistema di volontariato che, ci tengo a sottolinearlo, è bravissimo a intervenire in emergenza, a volte tralascia un po’ il lato organizzativo in tempo di pace che ormai è invece sempre più necessario. Come il volontariato dev’essere organizzato negli interventi, deve esserlo altrettanto nella struttura. Inoltre, c’è un altro settore fondamentale che è quello delle attività di prevenzione. E le donne possono dare un bel apporto”.

Dove sono i giovani?
In generale tutte le organizzazioni hanno visto crescere il numero di iscritti negli anni e, in quasi tutte le associazioni, l’età media dei volontari è compresa tra i 31-45 anni o tra i 46-60 anni, senza particolari oscillazioni sull’età dal primo anno di attività al 31 dicembre 2019. Mancano quasi del tutto associazioni a prevalenza di volontari più giovani 18 (o meno)-30 anni, unica eccezione LARES Italia, l’Unione Nazionale Laureati Esperti in Protezione Civile che, riunendo studenti universitari e neolaureati, ha ovviamente una presenza giovanile più importante. All’estremo opposto, invece, unica associazione con prevalenza di volontari con più di 61 anni, c’è l’Associazione Nazionale Alpini. “La scarsa presenza di giovani nel volontariato - spiega Padovan - è il mio cruccio da quando mi occupo di protezione civile, anche prima di arrivare al DPC. Cosa fare per avvicinare i giovani? Informarli, educarli, ma soprattutto fargli conoscere la protezione civile. Negli anni ci sono state tante iniziative, attività nelle scuole, campi scuola, però probabilmente non sono state sufficienti. Ad esempio, ci sono scuole più attente e con insegnanti che facilitano certe attività (che diventano percorsi che si sviluppano negli anni), mentre in altre realtà non c’è questa sensibilità. Per cercare di essere più efficaci a livello generale finalmente siamo riusciti a dedicare alla protezione civile alcune ore all’interno dell’educazione civica, materia diventata obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado. Ci sono voluti anni, ma è un passaggio fondamentale, sul quale dobbiamo puntare sempre di più. Solo così queste conoscenze potranno raggiungere tutti fin da piccoli e il Dipartimento, per facilitare il lavoro degli insegnanti, ha anche redatto un manuale ad hoc. C’è molto da lavorare, poi, a livello universitario. Si sta cercando di costruire un modello a rete delle università per mettere a sistema tutte le iniziative che ci sono già sulle tematiche di protezione civile. Nei vari atenei, infatti, ci sono per lo più insegnamenti singoli e specifici. Questi temi, invece, devono essere parte della cultura generale di ciascun giovane.
In secondo luogo, le organizzazioni di volontariato devono sempre più promuovere le loro attività e su questo negli ultimi anni si sta lavorando molto. I giovani hanno dimostrato di essere recettivi in questo periodo di emergenza: quando la Croce Rossa ha lanciato il suo progetto web per le iscrizioni “Diventa volontario temporaneo” dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus, molti giovani, universitari e non, hanno aderito. Ovviamente non venivano impegnati in attività complesse, perché avevano ricevuto una formazione di base per rispondere alle esigenze del periodo emergenziale, ma facevano fare ai ragazzi tante attività comunque fondamentali. Questo ci dice che i giovani, se intercettati, rispondono in fretta e sono pronti a mettersi in gioco”.

Martina Nasso