(Fonte foto: Dpc)

"Due armi contro il coronavirus: isolamento e diagnostica precoce"

Intervistata dal nostro giornale, la virologa Elisabetta Riva considera legittime le misure messe in atto per contrastare il nuovo coronavirus. Con uno sguardo alla storia del virus e al nostro futuro prossimo

È incredibile come cambi il mondo in poche settimane. È passato poco più di un mese da quando si iniziava a rodare quella macchina organizzativa che ora sembra del tutto in funzione. Allora il coronavirus non era nemmeno arrivato in Italia. E invece, pochi giorni fa - venerdì 21 febbraio - sono iniziati i primi casi italiani. E oggi il numero dei contagiati è di oltre 500.

Per capire esattamente cosa sta succedendo, cosa stiamo fronteggiando, come lo stiamo fronteggiando, e, soprattutto, di cosa parliamo quando parliamo di nuovo coronavirus, abbiamo intervistato la Professoressa Elisabetta Riva, Responsabile Virologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma. In questo contesto in continua evoluzione, come per ogni evento caotico, anche solo per poter analizzare la situazione, occorre fissare dei punti fermi. Prima di tutto, dunque, partiamo dall’inizio.


Partiamo dall'inizio
Era il 31 gennaio quando 56 nostri connazionali tornarono da Wuhan su un volo italiano speciale, venendo messi in quarantena per 14 giorni. “Un tempo ragionevole di incubazione”, come spiega Riva, “basato sulle indicazioni arrivate dai primi casi”. Dopo 14 giorni, 14 giorni che hanno garantito la salvaguardia della popolazione, gli italiani non contagiati sono stati rimandati a casa. “Questa misura, come tutte le altre che vengono applicate questi giorni, non è stata esagerata. In questo momento si stanno attuando misure preventive e cautelative, volte a tutelare la salute dei cittadini, per evitare che si espanda il contagio ma soprattutto per evitare che si espanda il panico”, sottolinea Riva.

“Bisogna precisare che al momento abbiamo due armi per fronteggiare il virus: l’isolamento e la diagnostica precoce. L’isolamente viene messo in atto dove ci sono i focolai, attuato dalle regioni, in accordo con il governo, attivando delle misure che cambiano a seconda del momento e del luogo. Dico del luogo perché naturalmente non sono state attivate le stesse misure, per esempio, in Lombardia e nel Lazio. Dipende dal numero di casi e contagi riscontrati nei vari territori. Sono misure che variano in base alla situazione contingente”.

Perché stiamo trovando così tanti casi? “Uno dei motivi per cui troviamo così tanti casi può essere banalmente perché stiamo facendo più tamponi”. Semplicemente: più tamponi vengono fatti, più contagi vengono trovati. E tutto questo è stato un caso o è stato frutto di una strategia precisa? “Non è stato assolutamente un caso. Il Ministero ha dato indicazioni precise, legate all’identificazione dei casi e dei contatti con i casi. Il lavoro di investigazione è doveroso, diretto a prevenire il rischio di altri contagi, malattia e ospedalizzazione”. Probabilmente, però, la gestione dell’informazione soprattutto nei media ha contribuito a fomentare il panico. “In ogni caso, non è che se uno ha il mal di gola deve andare al pronto soccorso”, spiega chiaramente la Professore Riva: “Dipende sempre dal rischio epidemiologico, vale a dire dall’essere stati in contatto con i casi o provenire da zone ad alto rischio di contagio. Le indicazioni degli esperti sono chiare e vanno seguite alla lettera”. Dunque l’invito generale è quello di non recarsi al pronto soccorso ma di chiamare il medico di base. Se invece si pensa di essere stati contagiati, bisogna chiamare il 112 - come si legge sul sito dell'Iss. Molte Regioni, invece, hanno attivato numeri verdi per i cittadini che volessero ricevere informazioni.



Preparazione alla diagnostica
In questo momento tutti gli ospedali d’Italia si stanno attivando per gestire l’emergenza sia in termini di ricoveri che in termini di diagnostica. “Bisogna essere preparati a gestire entrambi i fattori. All’inizio i centri di riferimenti per la diagnostica e la cura erano solo lo Spallanzani a Roma e il Sacco a Milano. Poi nel Nord Italia è successo quello che è successo e si è dovuta ampliare la rete per evitare il collasso”.

Come si sta fronteggiando questa prima fase? “All’inizio le indicazioni venivano dalla situazione in Cina, proprio perché l’epidemia è nata lì e la maggior parte dei casi sono attribuibili alla Cina. Ma questi numeri sono difficili da valutare. Nella città di Wuhan sono presenti 11 mln di persone: sono troppe per poter avere dei dati puliti. La situazione è ingarbugliata, anche perché nella fase iniziale ci sono stati dei ritardi nella comunicazione di ciò che stava accadendo. Molti meno rispetto alla gestione della SARS, ma comunque dei ritardi. Proprio per questo sarà fondamentale seguire l’evolversi della situazione italiana”.


Malattia e cura

Essenzialmente, quali sono i sintomi del nuovo coronavirus? “La malattia severa del coronavirus è sostanzialmente una polmonite. La sintomatologia severa che necessita di ospedalizzazione si manifesta in circa il 20% dei casi (almeno dai dati ad oggi disponibili). Il 20% dei contagiati ha quindi bisogno di ricovero e di supporto medico. Allo stato attuale, circa il 5% necessita di ricovero in terapia intensiva”. Ma il passaggio dal contagio alla polmonite non è automatico. “Prima della polmonite, chiaramente si sviluppano altri sintomi”, precisa Riva; secondo l’Oms, infatti, i sintomi rimangono lievi in 4 persone su 5.

Come si cura il nuovo coronavirus? “Sui casi più gravi sono stati provate terapie sperimentali basate su farmaci già disponibili per altre patologie. Ma questo, nello specifico, andrebbe chiesto a chi sta effettivamente curando i malati”. 

Per quanto riguarda il vaccino? “Ci sono notizie circa lo sviluppo un vaccino in America, che sembra essere in fase avanzata di sperimentazione. Tuttavia la messa sul mercato di un vaccino richiede una serie di fasi volte a valutarne efficacia, tollerabilità e sicurezza. Per questo serve del tempo. Sostanzialmente gli step per svilupparlo sono tre: il test in vitro, sugli animali e infine sull’uomo, e ognuno di questi passaggi richiede un determinato lasso di tempo. Probabilmente non lo avremo prima di un anno”. Con questa valutazione è d’accordo anche l’immunologo Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (Niaid) dei National Institutes of Health (Nih) americani, che, in un’intervista all’AdnKronos ha spiegato come, nonostante si stiano "esplorando diversi candidati sul fronte vaccini [...] un vaccino contro il nuovo coronavirus non sarà ampiamente disponibile per più di un anno”.


Trasmissibilità

Come si trasmette il Covid-19? “La trasmissibilità di Covid-19 è molto simile a quella del raffreddore - a differenza della SARS, che aveva una trasmissibilità più bassa”, risponde Riva. E da cosa dipende la trasmissibilità? “La trasmissibilità dipende dalla minore o maggiore contagiosità della malattia e dalla minore o maggiore efficienza di trasmissione. La capacità di un virus di essere trasmesso può dipendere da tanti fattori: dalla quantità di virus rilasciata nel Flügge, vale a dire le goccioline che vengono rilasciate quando uno tossisce o starnutisce; dalla capacità di resistere nell’ambiente esterno; dall’efficienza con cui riesce a replicarsi nell’ospite”. Il tasso di trasmissibilità, che indica quante persone vengono contagiate in media da un unico soggetto infetto, viene rappresentato convenzionalmente con R0. Per il nuovo coronavirus il tasso di trasmissibilità è stimato intorno a 2,5. Vale a dire: ogni soggetto infetto, statisticamente, è portato a contagiare altre 2,5 persone. Un numero che può sembrare spaventoso, ma che lo è molto meno se si pensa che il morbillo ha un valore R0 stimato intorno a 15. Ecco perché in questo momento sono importanti le misure cautelative e preventive.


Caratteristiche del nuovo coronavirus
Perché si parla di nuovo coronavirus? “Perché il Covid-19 è a tutti gli effetti un nuovo coronavirus. L’analisi delle sequenze geniche disponibili nelle banche dati ci ha permesso a tutti gli effetti di identificarlo come un nuovo membro della famiglia coronaviridae”.
“Alla famiglia coronaviridae appartengono sia virus molto comuni, come quelli del raffreddore, che generano malattie lievi, sia virus che hanno causato o causano epidemie gravi come il virus della SARS e della MERS”, sottolinea ancora la Professoressa Riva. Come spiega un ottimo appronfondimento del Ministero della Salute, i coronavirus sono stati identificati a metà degli anni '60; noti per infettare l'uomo ed alcuni animali (inclusi uccelli e mammiferi), sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico. Ad oggi, sette coronavirus hanno dimostrato di essere in grado di infettare l'uomo.


Il confronto con altre malattie

Il Covid-19 è stato spesso paragonato da un lato all’influenza stagionale, come qualcosa di leggero e poco rilevante, e dall’altro addirittura all’influenza spagnola - sul versante opposto per quanto riguarda la letalità. È giusto fare questo tipo di confronti?
No. Rispetto all’influenza stagionale il Covid è completamente diverso. Nell'influenza stagionale il tasso di letalità è sotto lo 0,5%; per il Covid il tasso di letalità stimato al momento è intorno al 2,5-3%. Facciamo un esempio concreto: nel 1968 la pandemia di H3N2, un virus dell’influenza che è emerso come zoonosi (analogamente al nuovo coronavirus), ha dimostrato una letalità dello 0,3%. Le cause di letalità per il nuovo coronavirus sono però assimilabili a quelle dell’influenza; le cause però: non i tassi. Se guardiamo ad oggi la situazione italiana, infatti, la maggior parte dei pazienti deceduti aveva delle comorbidità importanti (cioè altre malattie gravi). Bisognerà però valutare l’evolversi della situazione. I numeri veri dovranno essere tirati fuori - per dirlo con un’espressione gergale - a bocce ferme”.

Anche per quanto riguarda la spagnola non possono assolutamente essere fatti paragoni. La cosiddetta influenza spagnola, in cui emerse il virus influenzale H1N1, fu a tutti gli effetti una pandemia. Anche nella spagnola il virus aveva fatto il salto di specie da animale a uomo - probabilmente veniva dagli uccelli - ed era dunque una zoonosi. La spagnola fece tantissimi morti, è vero, ma in condizioni sociali radicalmente diverse: avvenne un secolo fa, e per giunta in concomitanza con una guerra mondiale”.


Il salto di specie
Cosa si intende per zoonosi? “La zoonosi è il passaggio di un virus dall’animale all’uomo. Nella maggior parte dei casi le malattie zoonotiche sono gravi. Esempio: l’influenza aviaria è letale per l’uomo. Passa dall’animale all’uomo. L’ospite naturale è l’uccello, l’ospite nuovo è l’umano. Nell’uccello il virus non fa danni, perché è abituato. Nell’ospite nuovo, cioè l’uomo, l’infezione è grave. L’infezione nell’ospite nuovo può essere letale proprio perché il virus non è abituato”.

“Inoltre, nel caso dell’influenza aviaria il virus non ha acquisito la capacità di passare da uomo a uomo, quindi può passare solo da uccello a uomo. Diventa letale, è vero, ma, non acquisendo la capacità di essere trasmessa da uomo a uomo, non si trasforma in epidemia o pandemia. La SARS, sviluppata dal 2002 al 2003, è invece partita da un ospite naturale (probabilmente pipistrello) e, attraverso un ospite intermedio (forse la moffetta o comunque un animale domestico), è arrivata all’uomo. Arrivata all’uomo, ha acquisito la capacità di trasmettersi da uomo a uomo. La SARS, infatti, contrariamente all’influenza aviaria, si è trasformata in una vera pandemia, con un tasso di letalità notevolmente più alto rispetto al COVID, cioè il 10%, ma un tasso di trasmissibilità più basso”.

Nel caso della MERS, una sorta di corrispettivo della SARS in Medioriente, un’epidemia che prosegue dal 2012, l’infezione è passata dal pipistrello al dromedario e infine all’uomo, con una letalità del 34,4%. Il virus è però rimasto confinato in Medioriente, proprio perché strettamente legato al suo serbatoio animale: il contagio avviene soprattutto dal dromedario, anche se si può avere trasmissione interumana”. 

Perché tutte le infezioni per zoonosi sono gravi? “In generale sono gravi perché il nuovo ospite, l’uomo, non è abituato al nuovo virus e non dispone di difese immunitarie in grado di controllare efficacemente l’infezione. Più la malattia è nuova, più è grave. In realtà anche alcune infezioni lievi, come quelle causate dai coronavirus del raffreddore, nascono come zoonosi. Tuttavia il salto di specie è probabilmente avvenuto centinaia di anni fa e il virus ha avuto nel tempo la capacità di adattarsi al nuovo ospite. La coevoluzione virus-ospite nel corso degli anni ha mitigato da una parte la ‘cattiveria’ del virus e dall’altra ha permesso all’ospite di sviluppare, in parte, memoria immunitaria, che gli consente di difendersi dall’infezione e limitarne i danni. La realtà è che il virus, quando circola a lungo nel nuovo ospite, tende ad attenuarsi, perché altrimenti perderebbe la capacità di essere efficacemente trasmesso. Nel corso del tempo assistiamo dunque a una coevoluzione di virus e ospite in un reciproco mutualismo”.


Futuro prossimo

Alla luce di tutte queste considerazioni possiamo leggere con più calma le opinioni di chi prevede che l’epidemia in Italia possa durare per mesi. E possiamo leggere con più consapevolezza le valutazioni dell’epidemiologo statunitense Marc Lipsitch, direttore del Centro per le dinamiche sulle malattie trasmissibili (Università di Harvard, Stati Uniti), che, in un articolo apparso sull’Atlantic e ripreso in Italia da Il Post, ha spiegato come difficilmente potrebbe essere limitata la diffusione su larga scala del nuovo coronavirus. Questo però non significa che tutti diventeranno malati gravi, anzi: “è probabile che molti si ammaleranno lievemente, o che saranno asintomatici”. 


Monitoraggio costante

In conclusione, sembra chiaro che questo genere di malattie non sia una novità. “Ne è ben consapevole l’OMS”, spiega la Professoressa Riva, “che ha imposto di monitorare l’insorgenza di zoonosi. Come monitorarla? Vanno controllati periodicamente i vari serbatoi animali. Per quanto riguarda l’aviaria, ad esempio, si monitorano tutti i ceppi virali che circolano negli uccelli e che potrebbero direttamente o indirettamente arrivare all’uomo”.

Ma perché la SARS e il Covid sono nati in in Cina? “Le infezioni zoonotiche hanno origine nelle regioni dove c’è l’abitudine di vivere a stretto contatto con gli animali. Non è soltanto il caso di SARS e Covid in Cina, ma anche di MERS in medioriente”, conclude la Professoressa Riva. Non dipende però solo da un fattore culturale: secondo un articolo scientifico pubblicato sulla rivista PNAS, elaborato sotto il coordinamento del dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza, c’è un legame tra il nostro modello di sviluppo e l’insorgenza di un’emergenza sanitaria come quella rappresentata dal Coronavirus. La causa comune delle epidemie di origine zoonotica potrebbero essere la perdita costante di habitat naturali e l’intensificazione degli allevamenti di bestiame, che aumentano il rischio di contatto tra uomo e animali selvatici


Giovanni Peparello