L'on. Chiara Braga

Chiara Braga: "La riforma della protezione civile? Un patrimonio per il Paese" - VIDEO

“Il nostro sistema di protezione civile è una delle eccellenze a livello europeo. Ha di fronte sfide sempre più complesse. È anche per questo che è così importante il riordino del quadro normativo”. Di questo è convinta l'onorevole Chiara Braga, prima firmataria della legge, secondo cui la protezione civile “non è patrimonio non di una parte politica, ma dell’intero Paese”

Era il 2015 quando per la prima volta ascoltai l’onorevole Chiara Braga parlare della legge di riordino della protezione civile. Il nostro Paese aveva affrontato una serie di calamità che avevano messo in luce la necessità di mettere mano al quadro normativo per consentire alla protezione civile, intesa in tutte le sue componenti, di poter fronteggiare meglio le emergenze. Un quadro normativo che era sempre più un complesso mosaico, dovuto anche - e in parte - ad alcune necessità condivisibili. Da quel febbraio 1992 (che istituiva il Servizio nazionale della Protezione civile) ad oggi di cose ne sono cambiate parecchie. Quello che non è cambiato è la grande intuizione che ha fatto della 225 una legge “bella” e del nostro modello policentrico un modello di eccellenza che a nostro avviso è giusto che continui a restare il riferimento della protezione civile italiana. Il decreto è stato licenziato dal Consiglio dei Ministri, ma mancano ancora alcuni passaggi per concludere il percorso. Riforma che crediamo necessaria, ancorché migliorabile grazie anche allo strumento delle direttive. Iniziamo proprio con un'intervista a Chiara Braga (Pd), prima firmataria della legge, il nostro viaggio nell’ultimo miglio della riforma.



Onorevole Braga, ripercorriamo brevemente l’iter di questa legge.
«Questa legge nasce dalla volontà di affrontare il nodo principale con cui il sistema ha dovuto fare i conti in questi anni. Non solo nelle ultime emergenze, tra cui alcune epocali come il sisma del centro Italia. Il nodo di fondo era capire se gli strumenti del sistema legislativo vigente, così ancora fortemente ancorato all’impianto della 225, forniva tutte le condizioni e gli strumenti per garantire una piena efficienza al sistema di protezione civile».

Perché avete scelto lo strumento della legge delega?
«L’idea di farlo attraverso una legge delega e non attraverso una legge immediatamente operativa nasce da una convinzione, della quale io continuo a essere fortemente convinta: questo tema è troppo importante per farlo diventare oggetto di una contesa politica e dialettica. Ricordo che quando abbiamo proposto questa legge abbiamo deciso di farlo attraverso la delega perché il Parlamento voleva dare al Governo dei principi molto netti. Volevamo farlo in tempo di pace e non all’indomani di un'ennesima grande calamità».

Dal 2015 a oggi le calamità naturali non sono mancate. E neppure qualche disputa politica. La legge ne ha risentito?
«Purtroppo le nostre intenzioni di lavorare in tempo di pace hanno dovuto fare i conti con le grandi calamità di questi anni. Ci siamo trovati ad approvare la legge all’indomani del terremoto del Centro Italia. Sottolineo però che questa legge, che mi vede come prima firmataria, ha visto affiancarsi altre proposte. Alla fine è stata approvata a larghissima maggioranza. Devo dire che la capacità di mantenere fuori dalla disputa politica questa legge sulla protezione civile è stata fondamentale, perché essa è patrimonio non di una parte politica ma dell’intero Paese. Essere riusciti a farlo nella maniera più razionale, attenta, in grado di ascoltare le diverse voci delle componenti del sistema, trovando gli equilibri giusti di un modello che era (e resta) policentrico e che vede nel Dipartimento incardinato presso al Presidenza del Consiglio un forte ruolo di guida e di coordinamento, be', è stato davvero importante».

Torniamo al nodo principale...
«La nostra convinzione, largamente condivisa con altri gruppi parlamentari, è che vi era la necessità di riordinare il quadro normativo. Nel corso del tempo si era affastellato di interventi successivi e aveva subito un’oscillazione che andava da misure che esaltavano la tempestività e l’emergenza a misure che puntavano a ridimensionare, verso un controllo preventivo molto più stretto. Questo in realtà è dovuto anche ad alcune pagine non proprio brillanti del passato della nostra protezione civile. Andava riordinato il quadro normativo proprio perché il nostro sistema di protezione civile è una delle eccellenze italiane a livello europeo e ha di fronte delle sfide sempre più complesse».



Quali sono i passaggi centrali della legge?
«Innanzitutto chiarire in modo ancor più netto ruoli e responsabilità in un sistema policentrico, che è esattamente quello previsto dalla 225. È necessario dare a tutti soggetti che fanno parte del sistema compiti chiari definendo ruoli e risorse su cui poter fare conto. Perché è bene che venga chiarito: chi ha un ruolo di responsabilità ed è autorità territoriale e politica di protezione civile, è bene che venga valorizzato. Perché ai ruoli corrispondono le responsabilità».

A chi si riferisce?
«Mi riferisco ai sindaci, che sono le prime autorità di protezione civile, e alle Regioni, che hanno delle competenze, così come le avevano anche nel disegno eventuale di riforma costituzionale. Non abbiamo mai pensato di mortificare la capacità delle Regioni di darsi un'organizzazione più rispondente alle specificità di un territorio. Abbiamo lavorato perché si creino le condizioni di rifinanziamento del fondo regionale di protezione civile. Nella delega e nel decreto il rifinanziamento è previsto come un obiettivo da realizzare per dare alle autorità locali di protezione civile degli attrezzi per intervenire nel momento dell’emergenza, anche garantendo la possibilità di darsi una struttura intermedia tra il livello dei sindaci e quello regionale. Capire qual è la forma intermedia migliore è un tema reale. In questo le Regioni, capendo e conoscendo il territorio, credo possano giocare appieno le loro carte».

Oltre a chiarire ruoli e responsabilità?
«Un altro aspetto è quello di semplificare e razionalizzare i meccanismi di intervento nella prima fase di emergenza. Abbiamo però voluto fare un passo in più, cioè capire come stabilire nella maniera più omogenea e certa possibile le condizioni per attivare la ripresa delle normali condizioni di vita nei territori colpiti da calamità».

Ci spiega meglio quest'ultimo punto?
«Uno dei problemi con cui ci siamo sempre misurati è che, pur essendo vero che ogni emergenza è diversa dalle altre, i territori colpiti hanno avuto risposte un po’ troppo diversificate. Questa disomogeneità ha rischiato di tradursi in qualche caso proprio in un'iniquità nei confronti dei cittadini, delle imprese, delle istituzioni dei territori colpiti».

Il ruolo del Dipartimento?
«Al Dipartimento, che rimane incardinato presso la Presidenza del Consiglio, resta il forte ruolo di guida e di coordinamento».



Quale sarà il ruolo dei prefetti?
«Il ruolo dei prefetti, che sono i rappresentanti territoriali del Governo, resta. Era previsto nella delega come una parte importante di coordinamento, soprattutto nei primissimi momenti dell’emergenza. Perché lì, in quel momento, c’è un tema di rapporto con le altre componenti operative, sapendo che esso non può essere un elemento di conflitto, ma deve essere di condivisione durante la primissima fase quando è necessario mobilitare tutte le risorse e le modalità di intervento per fronteggiare l’emergenza. Le ultime emergenze ci hanno poi dimostrato che questa capacità di dialogo, anche se in presenza di qualche caso di difficoltà, deve essere implementata. Non dobbiamo cerare divisioni».

Quali sono gli aspetti che toccano il volontariato?
«Ci sembrava importante dedicare al volontariato un quadro di regole stabili e certe. Vogliamo investire molto nella formazione e anche nel rapporto con il volontariato non organizzato. Non dimentichiamoci che il volontariato di protezione civile ha un percorso di formazione che lo rende preparato ed efficace, ma durante le emergenze ci sono anche forme di volontariato spontanee che devono entrare in relazione virtuosa e non devono né essere mortificate né ostacolare l’attività del volontariato organizzato di protezione civile. Inoltre vogliamo aumentare tutto quello che si può fare e che il volontariato fa nei periodi di tregua; mi riferisco alla prevenzione e formazione di una cultura di protezione civile che è condizione essenziale perché si arrivi più pronti e preparati possibile di fronte a un'emergenza».

Onorevole, i tempi stringono. Manca un mese alla scadenza della delega e mancano ancora alcuni passaggi, tra cui quello in Commissione ambiente e quello in Conferenza unificata. Secondo lei si corre il rischio di non arrivare in fondo al percorso?
«In commissione ambiente avremo tempi rapidi di discussione per potere dare il nostro parere. Attiveremo anche forme di ascolto con varie rappresentanze tenendo conto anche dei tempi nelle modalità che riterremo più opportune. Il dialogo che ci è stato in questi anni ci sarà anche in quest’ultimo miglio».

E cosa ci dice su quello in Conferenza unificata?

«Sono ottimista. In tutte le occasioni in cui abbiamo ragionato con il sistema delle Regioni e con quello dei Comuni abbiamo sentito una forte volontà di non perdere l’occasione di attuare una delega in maniera positiva, di arrivare in fondo a questo percorso anche se un pò a tappe forzate. So che già nella fase di definizione del decreto andato in Consiglio dei Ministri si è lavorato per provare a tenere conto delle diverse sensibilità e punti di vista. Quello in Conferenza unificata non lo considero solo un passaggio formale. Anzi, penso sua il modo in cui tutto il sistema della protezione civile possa sentirsi pienamente coinvolto, sapendo che all’interno del decreto attuativo, per quegli aspetti che non sono definiti in maniera dettagliata, vi è il rimando allo strumenti delle direttive. Quella delle direttive, lo ricordo, è un modalità in cui c’è sempre il coinvolgimento delle Regioni. Ed è importante per andare a dettagliare alcuni aspetti che possono avere la necessità di tempi un po' più lunghi di maturazione. L’auspicio è che queste settimane consentano un confronto e una condivisione il più possibile ampia, sapendo che alcuni aspetti possono essere oggetto di intervento successivo. Ovviamente senza svuotare di senso la legge delega...».

Quello della protezione civile è un universo ricco e complesso. A volte è portatore di valori che vanno ben al di là di una norma.
«Infatti c’è un elemento che non si può scrivere in una legge. Mi riferisco a quel senso di appartenenza al sistema. Un senso di responsabilità che può fare davvero la differenza. Più che cercare le cose che dividono, in questo momento occorre trovare ciò che unisce e che accomuna. Per questo agiamo nella convinzione che un quadro normativo stabile possa consentire alla protezione civile di operare con maggiore tranquillità, togliendola dal rischio di sottolineature e polemiche speculazione nel momento in cui migliaia di persone sono impegnate nell’affrontare l’emergenza».

Luca Calzolari
@lcalzolari