Immagine di repertorio (Fonte: Profilo Twitter Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese)

Coronavirus, Occidente verso le riaperture. Ma in Asia si teme seconda ondata

Il Presidente della Corea del Sud è allarmato per un nuovo cluster di contagi, mentre a Wuhan tornano vengono cinque nuovi casi

Non è finita finché non è finita”. A dirlo è stato il Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, parlando domenica dopo che un nuovo cluster di casi di coronavirus è emerso a Seoul, evocando la paura di una seconda ondata di contagi nel Paese.

La Corea del Sud era stata una delle prime nazioni a dover fronteggiare l’epidemia, e sembrava aver intrapreso una buona strada, che la avrebbe condotta ad allentare le restrizioni dopo settimane di misure di distanziamento sociale e attenta sorveglianza. Ma il nuovo cluster, appena rilevato, sembra aver messo fine a questa speranza – almeno per adesso. E Moon Jae-in avverte la popolazione: “Non dobbiamo mai abbassare la guardia”.

Anche la Cina sta introducendo nuove misure restrittive, dopo che due città hanno riportato nuovi casi di coronavirus. Shulan, nella provincia di Jilin, nel lontano nordest del Paese, è stata messa sotto isolamento, in seguito a 11 nuovi casi confermati. Il Jilin confina sia con la Russia che con la Corea del Nord, e la preoccupazione era tornata a salire già dopo che erano stati importati alcuni casi di coronavirus dall’estero. 

Sono invece più allarmanti i nuovi cluster di contagi a Wuhan, la città cinese dove per la prima volta era stato rilevato il nuovo coronavirus. Wuhan era stata la prima città al mondo a entrare in isolamento, riuscendo a tornare a una relativa normalità solo dopo 76 giorni.

Di lunedì, le autorità della città hanno dichiarato che cinque nuovi casi sono stati confermati – e nessuno di questi risulta importato dall’estero. Così, sebbene questi dati siano molto lontani dalle cifre dell’inizio della crisi, o da quelle che vengono riportate quotidianamente in Europa occidentale e negli Stati Uniti, l’apparente abilità del virus di continuare a propagarsi senza essere rilevato, un’abilità messa in risalto specialmente in città sottoposte a così stretta sorveglianza come Wuhan, lascia più di un dubbio sulla necessità di affrettare le riaperture.

Non bisogna avere fretta
Prima degli ultimi casi, il numero dei nuovi contagi in Cina e Corea del Sud aveva rallentato sensibilmente fin quasi a fermarsi. E, sebbene possano essere sollevate delle perplessità riguardo l’accuratezza dei numeri cinesi, la risposta della Corea Sud era stata giudicata come una delle migliori al mondo – coadiuvata in parte dalle dimensioni del territorio (relativamente piccolo) e dai confini facilmente controllabili.

Certo, avverte la Cnn, gli ultimi casi alla fine potrebbero rivelarsi un fuoco di paglia, ma il fatto che due dei primi Paesi che si erano trovati a fronteggiare l’epidemia si trovino ora a dover contrastare altri contagi locali, dovrebbe destare maggior preoccupazione. E al centro delle attenzioni mondiali ora c’è Singapore, che all’inizio di aprile ha avuto meno di 2.000 casi e ora ne ha più di 23.000, e si candida a diventare il miglior esempio dei rischi che derivano da una riapertura affrettata.

In questo momento c’è da chiedersi se l’esperienza asiatica sarà in alcun modo utile in Occidente, dove la maggior parte dei Paesi sono in isolamento già da molte settimane e molti governi stanno già parlando di allentare un le misure restrittive nonostante gli alti tassi di contagio.

Questi insegnamenti saranno utili?
La storia recente suggerisce di no: nei primi mesi di contagio, infatti, quando il virus si propagava in tutta l’Asia, nonostante il rischio di una pandemia globale fosse incombente, i governi occidentali hanno ritardato le loro risposte. L’esperienza asiatica e i consigli dei Paesi più colpiti sono stati poi per lungo tempo ignorati. E gli stessi dispositivi di protezione, quali le mascherina, che in questo momento sembrano una banale necessitò, sono stati resi obbligatori solo dopo molti mesi.

Il pericolo della rassegnazione
Le nuove infezioni in Cina e in Sud Corea stanno inoltre rischiando di stimolare una risposta nichilista e fatalista. Se i Paesi che sembravano essere riusciti a rallentare i contagi non potranno contenerli, si chiede la Cnn, come potrà sperare di farlo una nazione che conta migliaia di casi al giorno?
Fortunatamente questo ragionamento è ancora capovolgibile: Cina e Sud Corea, che a febbraio hanno avuto i peggiori focolai al mondo, sono riusciti a tenerli sotto controllo. E i nuovi casi che stanno venendo alla luce in questi giorni mettono in guardia sui rischi di allentare l’isolamento troppo presto, ma non sono una ragione per smettere di impegnarsi.

E dall’Asia, sempre secondo la Cnn, non arrivano solo preoccupazioni. Vietnam e Thailandia sono così sicuri di essere riusciti a contenere i loro focolai che stanno discutendo sulla potenziale creazione di un corridoio di viaggio. Nuova Zelanda e Australia si sono già accordati per fare lo stesso – anche se non entrerà in funzione che tra diversi mesi. E Hong Kong, che è riuscita a contenere con successo la seconda ondata del virus, quando sembrava che fosse destinata a intraprendere la stessa strada di Singapore, è ora arrivata a 21 giorni senza infezioni locali, alzando la possibilità di essere dichiarata “priva di virus” entro la fine del mese.

Non è finita finché non è finita, avvertono in Corea. Certo, però prima o poi finirà. E l’esperienza asiatica mostra che, per arrivare a quel momento, ci sarà bisogno di vigilare in continuazione e con molta pazienza.

re/gp

(Fonte: Cnn)