Fonte sito Action Aid

Giornata del Rifugiato. Action Aid: "Più protezione per migranti climatici"

Nel rapporto “Il cambiamento climatico non conosce frontiere” la Ong chiede al Governo Meloni di ampliare il permesso di soggiorno per calamità per includere anche chi migra a causa di alluvioni, siccità, desertificazione, salinizzazione e erosione del suolo

Pochi giorni fa Action Aid ha pubblicato il report “Il cambiamento climatico non conosce frontiere” che analizza il rapporto tra crisi climatica e migrazioni in occasione della Giornata Mondiale del rifugiato che si celebra oggi, giovedì 20 giugno. Nello studio vengono analizzati gli aspetti giuridici, normativi della mobilità umana legata ai disastri naturali, al degrado ambientale e al clima che cambia, grazie a una indagine in Gambia, uno dei paesi africani dove la migrazione interna e internazionale è più forte e la crisi climatica mostra i suoi segni attraverso siccità, desertificazione, salinizzazione ed erosione del suolo. A seguito dell'analisi ActionAid chiede all'Italia di rafforzare la protezione per chi si muove a causa di disastri climatici ma anche del cambiamento climatico e del degrado ambientale, due concetti più difficili da riconoscere come cause dello spostamento. 

La politica della deterrenza
La crisi climatica è però uno dei fattori di vulnerabilità che influenza le decisioni migratorie di milioni di persone del pianeta: movimenti dalle campagne ai centri urbani, spostamenti interni ai paesi, fino alle migrazioni internazionali. "Un fattore destinato a contare sempre di più con l’inasprirsi dell’impatto degli eventi ambientali estremi improvvisi e progressivi. Siccità, ondate di calore, inondazioni e tempeste stanno causando devastanti conseguenze sociali ed economiche, costringendo la metà della popolazione mondiale a fronteggiare difficoltà nell’accesso all’acqua, riduzioni della produttività agricola e il deterioramento e l’erosione dei mezzi di sussistenza". Se i fattori ambientali sono identificati come minacce o moltiplicatori di vulnerabilità, capaci di esacerbare condizioni di iniquità preesistenti, come si decide di migrare o restare? Nella ricerca ActionAid mostra come le disuguaglianze e le dinamiche di potere esistenti svolgono un ruolo determinante nel risultato del percorso migratorio, influenzandone la destinazione, la durata e le condizioni. “La governance internazionale delle migrazioni attuale è il risultato di profonde disuguaglianze economiche e sociali. In questo contesto, gli interessi degli stati prevalgono sui diritti umani, con un’agenda incentrata sul paradigma della deterrenza e sull’esternalizzazione delle frontiere. La risposta alle migrazioni climatiche risente di questo approccio, focalizzandosi esclusivamente sulla dimensione esterna che promuovere l’adattamento in situ, trascurando l’ampliamento della protezione legale interna come efficace intervento a sostengo della migrazione come forma di adattamento ai cambiamenti climatici” spiega Roberto Sensi, Policy Advisor Global Inequality Action Aid Italia. 

La situazione europea e italiana
L'approccio al problema con la politica della deterrenza appartiene a tutta l'Unione Europea, spiegano da ActionAid. "Oggi non esiste una protezione umanitaria stabilita dal quadro giuridico europeo per i migranti climatici. L’Unione Europea sotto la presidenza di Ursula Von Der Leyen ha creato frammentazione e separazione delle politiche di risposta distinguendo nettamente le iniziative del Green Deal Europeo dalla governance della migrazione e dell’asilo attraverso il Nuovo Patto sulla Migrazione e sull’Asilo, inspirato dal paradigma della deterrenza. Il Patto menziona il cambiamento climatico tra le maggiori sfide globali che caratterizzano il presente e il futuro dei flussi migratori, senza tuttavia adottare impegni concreti in tal senso. La sua definitiva messa in atto consoliderà però di fatto le tendenze escludenti e selettive sperimentate su scala europea e nazionale negli ultimi dieci anni. Attraverso l’adozione uniforme sul territorio degli Stati membri dell’approccio hotspot e dell’esternalizzazione delle frontiere il rischio concreto è quello di un sostanziale svuotamento del diritto d’asilo" si legge nel report. Attualmente la protezione per coloro che sono costretti a fuggire a causa di fattori climatici ed ambientali è affidata alla competenza nazionale. In Italia, nonostante le modifiche alle norme sul diritto d’asilo apportate dal 2018 in poi con il susseguirsi di Governi di colori e composizioni diversi, la protezione temporanea – che fornisce protezione collettiva e temporanea “per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione Europea”- viene affiancata proprio nel 2018 da uno strumento specifico e individuale, il Permesso di soggiorno per calamità, che dà protezione a chi fugge per cause climatico-ambientali di migrazione. 

A livello legale 
Come spiega il report però è più facile rientrare nella categoria giuridica di rifugiato ambientale quando si migra a seguito di un terremoto o un alluvione. "La calamità naturale, improvvisa, contingente ed eccezionale è facilmente circoscrivibile in termini temporali e spaziali e pertanto più facilmente imputabile a causa diretta dello spostamento. Diventa quindi più facile in questi casi la modulazione dell’accesso ai confini", ovvero, la calamità naturale, ad esempio il terremoto viene vista come l'unica causa della migrazione. Ma la migrazione non è mai "monocausale". Tale meccanismo risulta invece difficilmente adattabile in caso di eventi a lenta insorgenza (come la crisi climatica n.d.r): difatti "non è semplice isolare il fattore ambientale/climatico rispetto ad altri fattori di migrazione forzata, quali in primo luogo le guerre e le persecuzioni, anche perché il concetto mono-causale del rifugiato climatico è scientificamente infondato", tanto più in caso dell’intersecarsi dei “driver” (spinta) dello spostamento. 

L'appello
Da questo studio e le relative riflessioni parte l'appello dell'Associazione al Governo Meloni che attualmente "elimina la possibilità di convertire in permesso di soggiorno per motivi di lavoro quello ottenuto per calamità e limita le possibilità di rinnovo, garantendo un livello minimo di protezione e non lascia spazio per una maggiore permanenza del beneficiario sul territorio nazionale". Ad esso ActionAid chiede di rafforzare e ampliare questo strumento per dare protezione ampia a chi arriva in Italia per motivazioni legate a disastri e crisi climatica.  

Il caso Gambia e l’adattamento
Segue l'analisi del caso del Gambia, che è stata condotta intervistando 128 persone tra migranti di ritorno, rimpatriati e migranti interni residenti in aree rurali colpite dalla crisi climatica. Per queste persone, spiega Action Aid: "Spostarsi sia verso i centri urbani che verso l’Europa è una scelta guidata da motivi economici, da aspirazioni e per sfuggire alla povertà; per migliorare le proprie vite e sostenere sé stessi e la famiglia. I cambiamenti climatici non sono sempre direttamente riconosciuti come centrali nelle decisioni consapevoli di chi vuole migrare, ma hanno un forte impatto sulle condizioni di vita delle persone nelle aeree rurali, dove è chiaro che già oggi stanno rendendo la sopravvivenza e l’agricoltura sempre più a rischio, anche e soprattutto per chi decide di non partire perché non può o non vuole". Le testimonianze degli intevistati raccontano di allagamenti che causano un calo nel raccolto, la morte di animali da soma e la decisione di alcuni braccianti di smettere di coltivare la terra. La chiave in situazioni come queste, "dove il 65% della popolazione vive nelle aree urbane e dove la povertà generalizzata, la disoccupazione, il declino del turismo e dell’agricoltura sono determinanti per la spinta alla migrazione", la soluzione può essere un rafforzamento delle strategie di adattamento climatico e ambientale. Un'azione che si compie: "sostenendo  coloro  che decidono di rimanere nel luogo di origine, ma, allo stesso tempo, proteggere e supportare chi decide o è costretto a spostarsi verso i centri urbani o al di fuori del Paese, massimizzando così il potenziale della migrazione come strategia di adattamento" conclude il report. 

red/cb
(Fonte: ActionAid)